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Anno XI - Febbraio 2010
Cineteca

Up in the Air
Il sogno di non atterrare

di Emilio Bellu

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Ryan Bingham è il tristo mietitore del mondo del lavoro. Quando un dipendente deve essere licenziato, lui si presenta nel suo ufficio, e dà la notizia che il suo capo non ha avuto coraggio di dare in prima persona. Al posto di una falce, porta con sé una cartella con un piano di liquidazione, per facilitare la “transizione” dall’ufficio al mondo della disoccupazione. Up in the Air mostra molte scene di licenziamenti. Il regista Jason Reitman, per ottenere la massima autenticità, ha mischiato sequenze girate con attori con interviste fatte a individui che hanno perso il lavoro negli ultimi anni, piccoli momenti di documentario integrati all’interno del film. La figura del “licenziatore” esiste veramente, ed è piuttosto vicina a quella del becchino o del proprietario di un’agenzia funebre. Ma Ryan è contento del suo lavoro, perché gli richiede di viaggiare continuamente. La sua casa è l’aeroporto, e il suo sogno è essere il settimo uomo nella storia a raggiungere l’incredibile traguardo di dieci milioni di miglia guadagnate con il programma fedeltà della sua compagnia aerea. Viaggiare continuamente significa non doversi preoccupare di rapporti fragili e dolorosi, di non dover mai scegliere di fermarsi ed invecchiare. Ryan ha fatto dell’avere una “valigia leggera” una filosofia di vita, e si trova invitato in vari convegni dove predica il suo credo da altari di plastica in piccole sale da conferenza, da dove cerca di far capire a gente in cerca di motivazioni il peso del loro passato. Ma un giorno Ryan incontra quella che qualcuno più romantico di lui chiamerebbe l’anima gemella: Alex. E’ una donna che non vuole fermarsi, che cerca qualcuno con cui passare il tempo tra uno scalo e l’altro, qualcuno affascinante ma completamente indipendente. Ryan è così, e la loro relazione, per quanto piacevole, potrebbe finire in qualunque momento. E questo rischia di accadere quando una giovane recluta dell’agenzia dove Ryan lavora, Natalie Kendrick, propone un sistema che minaccia di trasformare per sempre le tecniche di licenziamento adottate dall’azienda. L’idea è di gestire il lavoro tramite internet, così da poter licenziare i dipendenti tramite lo schermo di un computer. I costi legati ai viaggi sostenuti dall’azienda verrebbero azzerati, e per molti significherebbe poter spendere molto più tempo con le loro famiglie. Per Ryan sarebbe la fine della sua vita, un incubo. E quando fa notare che il sistema di call center dei licenziamenti toglie al lavoro tutta la dignità che viene data dal presentarsi di persona per dare una notizia terribile, il suo datore di lavoro gli fa capire che è tutta questione di adattarsi. E gli dà l’incarico di portare con sé Natalie, per farle capire la realtà del loro lavoro e darle il senso di cosa significa licenziare nel mondo reale. Ryan e Natalie cominciano un viaggio che cambierà per sempre la loro percezione delle priorità nella vita. E quando Ryan si trova invitato al matrimonio di sua sorella, e si confronta con una famiglia che ha praticamente ignorato per decenni, l’idea della sua “vita perfetta” comincia a mostrare le sue crepe. L’idea principale di Up in the Air è la difficoltà di scegliere in un mondo che pubblicizza un menù di possibilità infinito, senza far capire che è impossibile provare tutto, ma è necessario fare delle scelte per godere a pieno di alcuni degli aspetti della vita. E Ryan è un personaggio perfetto per dare il senso di questa realtà: si sente libero, ma la sua libertà è legata ai viaggi che gli sono assegnati dal suo datore di lavoro. Ha la possibilità di viaggiare dove vuole, ma vuole mantenere le sue miglia per poter dire di aver viaggiato più di chiunque altro, nonostante sia restato dentro i confini del suo paese, un po’ come un Paperon De’ Paperoni del volo. Difficile dire se lui controlla la sua vita, o se si fa trasportare dal suo lavoro. Considerato che la sua occupazione è a dir poco inquietante, il fatto che Ryan sia un personaggio gradevole e affascinante è un grande risultato per George Clooney, probabilmente uno dei pochi a poter interpretare un ruolo del genere con questa grazia. E tutti gli aspetti del film contribuiscono a creare un’atmosfera che incornicia la storia con perfezione. Il regista ha insistito per girare all’interno di veri aeroporti, e di girare le panoramiche aeree che introducono i viaggi di Ryan. Il risultato dà una sensazione di continua sospensione, dove nulla sembra risolversi, un ritmo rarefatto che seduce e inquieta allo stesso tempo. Jason Reitman, già autore degli ottimi Thank you For Smoking e Juno, ha perfezionato l’equilibrio tra la sua grande capacità di descrivere le idiosincrasie delle società contemporanea e la necessità di raccontare una storia di spessore. Up in the Air è rilevante perché parla dei nostri tempi, ma soprattutto perché racconta uno dei caratteri fondamentali dello spirito umano, il desiderio di viaggiare e la continua lotta tra la voglia di trovare casa e continuare ad esplorare, un dilemma che caratterizza la narrativa da ancora prima dell’Odissea. E’ un ottimo film, molto rispettoso dello spettatore. Non “spiega” nulla nel finale, lascia ad ognuno di noi la responsabilità di decidere cosa possa significare, a seconda delle nostre inclinazioni. Un po’ come un test di Roschach di celluloide, di cui discutere dopo una visione al cinema, per cercare di mettere in discussione la propria percezione del rapporto con gli altri.
 
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