Il cinema potrebbe essere una finestra verso il mondo, ma il problema è che chi lo fa, spesso, non è abituato ad affacciarsi verso realtà che non conosce per guardare con attenzione, senza dare nulla per scontato. Lo spring break è un buon esempio. Quelle che per noi sono le vacanze pasquali, in America sono l’occasione per qualche giorno di edonismo sfrenato per migliaia di studenti, che si ritrovano in località balneari (in Florida, soprattutto) per bere, ballare, fare sesso, lasciarsi andare completamente per dare tutto il controllo ai propri sensi per poi perderli prima di tornare inevitabilmente nel mondo reale. È una versione moderna dei baccanali, né più né meno. È il tipo di celebrazione che terrorizza/disgusta gli intellettuali, per cui si son visti ben pochi racconti di questo rituale al di fuori dell’industria dell’erotico.
Spring Breakers è un caso a parte. Candy, Brit, Cotty e Faith sono appena ventenni. Le prime due sono estremamente annoiate dalla vita universitaria, e insieme alla terza stanno cercando di raccogliere abbastanza soldi da organizzare una trasferta in Florida per partecipare alle feste. Faith invece è una ragazza religiosa, molto per bene, ma anche lei affascinata dall’idea di uscire dal suo mondo e partecipare alle feste con le sue amiche. Nonostante la sua rettitudine morale, quando le sue amiche decidono di rapinare un fast food, per raccogliere i soldi per il loro viaggio, lei decide di seguirle comunque. Una volta arrivate in Florida, la loro vacanza è una totale fuga dalla realtà. Le quattro amiche vanno in giro in bikini e si buttano in mezzo a giornate fatte di musica, feste e droga. Ma la realtà bussa alla porta: la polizia irrompe durante un party, e le quattro vengono arrestate per una manciata di giorni. Nulla di grave, ma un’esperienza forte e difficile da spiegare ai genitori. La loro permanenza in gabbia viene interrotta improvvisamente dall’intervento di Alien, un musicista, spacciatore e criminale che paga la loro cauzione per generosità e perché vuole approfondire la conoscenza con le ragazze. È l’incontro con Alien che cambia le regole del gioco. La trasgressione lascia il posto al pericolo vero. E le ragazze devono capire fino a che punto possono portare avanti la propria vacanza. Harmony Korine.
Spring Breakers è il quinto film di, un regista e sceneggiatore arrivato alla ribalta a soli ventidue anni aver scritto Kids, un lungometraggio diretto dal celebre e controverso fotografo Larry Clarke, un’esplorazione senza filtro di un giorno nella vita di un gruppo di giovanissimi newyorchesi persi nel mondo delle droghe nel periodo in cui l’Aids terrorizzava il mondo. Korine ha poi esordito alla regia con Gummo, una serie di vignette ambientate in una città dell’Ohio sopravvissuta alla devastazione di un tornado. La sua carriera è continuata con film sperimentali, molto apprezzati dai circoli cinefili ma praticamente invisibili nei circuiti cinematografici convenzionali. Spring Breakers è il primo tentativo del regista di realizzare un film più diretto, con una narrativa quasi del tutto lineare, senza rinunciare alla sua sensibilità e alla voglia di mostrare un mondo senza filtro. Ma soprattutto è il primo film in cui Korine utilizza attori conosciuti: James Franco, in particolare, che interpreta Alien trasformandosi in una specie di serpente tatuato. E le quattro ragazze: sua moglie, Rachel, Ashley Benson, Vanessa Hudgens e Selena Gomez.
Gli ultimi due nomi sono celebri soprattutto per essere tra i più importanti nelle produzioni Disney degli ultimi anni, e la loro partecipazione in un film così controverso ha fatto molto parlare. Ma quello che conta è che dimostrano di recitare molto bene in ruoli molto distanti da quelli a cui sono abituate. E Korine dirige con abilità il suo cast, ottiene interpretazioni molto verosimili, e monta il suo film con uno stile sognante, spesso non lineare, e ottiene un effetto straniante e ipnotico. Questo è un film solido, nonostante alcuni momenti superflui: racconta una storia interessante con grande energia, ma senza rinunciare a sottigliezze. Guarda ad un mondo tribale senza condiscendenza, ma con reale curiosità, esplorando sia gli aspetti più vitali e seducenti che quelli più superficiali e perversi. È facile pensare che il film sia in parte una critica alla fascinazione della cultura popolare moderna verso armi, sessualità esplicita ed edonismo sfrenato, ma viene il sospetto che Korine abbia in mente qualcosa di meno banale.
Il violento finale del film sembra una metafora del rapporto tra uomini e donne, tra ragazzi e ragazze. Alien è un eterno bambino, sensibile e insicuro, che si nasconde dietro ai suoi giocattoli, si innamora perdutamente e viene divorato dalla rivalità con il suo migliore amico. È un adolescente intrappolato in una vacanza infinita. Le protagoniste invece prendono di petto un’esperienza intensa, la distruggono e vanno oltre, guidano verso il futuro, come una versione meno tragica e disperata di Thelma e Louise che ha avuto modo di capire la necessità di essere indipendenti prima che fosse troppo tardi. Forse Korine ha mascherato un capolavoro femminista dietro un video musicale che va molto oltre quello che fa Snoop Dogg (o Snoop Lion, ultimamente), e questo è decisamente notevole.