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Anno XI - Luglio/Agosto 2010
Cineteca

Toy Story 3
Fine dei giochi

di Emilio Bellu

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Al suo undicesimo film e al trentunesimo anno di vita, Pixar è lo studio cinematografico più rispettato al mondo. Nonostante sia stata acquistata dalla Disney, è di fatto il vero erede della tradizione della casa di Topolino, e ha trasceso le ambizioni dei suoi ispiratori con film di straordinaria qualità che appassionano centinaia di milioni di spettatori di tutte le età. E’ un gruppo di artisti che fa della continuità il suo punto di forza; ogni film è curato da un gruppo centrale di autori che è cresciuto film dopo film. E non è un caso che nei titoli di coda di ogni pellicola siano elencati i bambini nati durante la lavorazione dell’opera. Ogni dettaglio delle pellicole è curato con una precisione che dà il senso di un grande orgoglio nel creare storie importanti. Tutto è cominciato nel 1995 con Toy Story, primo film di animazione digitale a conquistare il grande pubblico. La storia del film è semplice quanto geniale: Woody, un cowboy di plastica, giocattolo classico e semplice, si trova di fronte all’arrivo di Buzz Lightyear, un nuovo, scintillante giocattolo che domina l’attenzione del bambino della casa in cui è ambientato il film, Andy. Woody, terrorizzato dall’idea di essere messo da parte, entra in una bizzarra competizione con Buzz, astronauta sofisticato quanto confuso.
Gli eventi, nel finale, faranno avvicinare i due giocattoli, in una storia che basa il suo fascino sull’idea che tutti i bambini hanno sempre avuto: che i loro giocattoli, quando sono soli, prendano vita. Toy Story ha avuto uno straordinario successo, e ha dato vita a una vera rivoluzione in cui la computer grafica ha soppiantato l’animazione tradizionale. Dopo un secondo film di successo, in cui il cast dei giocattoli si è espanso per comprendere una serie di personaggi memorabili quanto sfaccettati, la serie arriva quest’anno al suo terzo e ultimo capitolo. E una generazione cresciuta con la serie, bambini ai tempi del primo film, oggi adolescenti, si trova di fronte ad una storia con cui tutti possono entrare molto facilmente in relazione. Andy è diciottenne, e sta per lasciare la casa in cui è cresciuto per trasferirsi nel campus della sua università. Sua madre gli chiede di scegliere cosa portare con lui nella sua nuova casa, e Andy deve decidere il destino di Woody, Buzz e degli altri giocattoli che l’hanno accompagnato per tutta la sua vita. Per via di una serie di imprevisti, i giocattoli vengono accidentalmente donati ad un asilo nido, dove vengono letteralmente torturati da una serie di bimbi pieni di energie. I nostri eroi dovranno quindi cercare una via di fuga per trovare una casa più adatta a loro, mentre fanno conoscenza di nuovi personaggi che fanno capire quanto possa essere infelice l’esistenza di un pezzo di plastica destinato ad esistere per centinaia di anni, mentre i suoi padroni invecchiano e li abbandonano. Toy Story 3, nonostante sia un film che verrà visto da molti bambini, è un racconto profondo e occasionalmente molto melanconico.
L’idea che i giocattoli possano provare tristezza, gioia e inquietudine li rende personaggi tragici, e il film li rappresenta come una manifestazione fisica dello spirito giocoso dell’infanzia, una caratteristica che si tende a perdere con l’età, nonostante sia una delle qualità più vitali ed energetiche che possediamo. Pixar, con il regista Lee Unkrich, mette in scena questo racconto con enorme maestria visiva. Il cinema Pixar è grande cinema, fatto di inquadrature espressive e un montaggio dinamico e emozionante. E il livello raggiunto dalle tecnologie di animazione digitale permette agli artisti di creare un modo pieno di stile e dettagli, senza perdere mai di vista l’importanza della personalità e dell’immediatezza, nonostante l’uso del 3D, la moda del momento, non aggiunga molto all’impatto della pellicola. Ma, nonostante la qualità visiva e sonora, il vero capolavoro di film come questo è il creare personaggi credibili e complessi, e metterli dentro storie di valore. La determinazione nel non rinunciare a scene di forte impatto emotivo dimostra molto rispetto per il pubblico di tutte le età, e una rinfrescante assenza di qualunque tipo di condiscendenza nei confronti dei più piccoli. Se le fiabe di un tempo avevano lo scopo di spaventare i più piccoli così da dissuaderli dal fare qualcosa di sbagliato, film come Toy Story 3 creano situazioni e mondi che devono essere esplorati dopo la visione, discussi con gli adulti e i coetanei, in modo da esplorare argomenti come la transizione da adolescenza all’età adulta, il nostro rapporto con le cose, e l’importanza delle storie.
La riflessione di Toy Story affronta tra l’altro un argomento da sempre caro a Pixar: la famiglia. E nel finale del film la sensazione è che gli autori ci vogliano dire che l’idea di famiglia non si può legare ad un posto e a delle persone, ma è un organismo a parte, che cresce e si evolve. Non è un caso che la famiglia protagonista del film è una delle prime nella storia dell’animazione “realistica” dove la figura di uno dei genitori è completamente assente. Pixar, a suo modo, è parte della vita di milioni di famiglie, e usa il suo successo per creare un dialogo piuttosto che impartire lezioni. Oltre l’educazione e l’intrattenimento, questa è politica di alto livello.
 
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