Nessun economista si presta più di Clark a essere frainteso e letto in modo frammentario e parziale. Generalmente considerato uno dei massimi esponenti del liberismo, teorico dell’efficienza e dell’equità del mercato, sostiene anche la necessità dell’intervento dello Stato ed è fra i principali ispiratori della prima legislazione antitrust americana. Una interpretazione così variegata è il derivato di un’opera articolata e complessa, che attinge a culture diverse, difficilmente trattabili in modo lineare e omogeneo.
John Bates Clark era nato a Providence nel Rhode Island. Ebbe difficoltà a proseguire gli studi per le modeste condizioni finanziarie della famiglia e poi per la morte del padre. Laureatosi nell’Università di Amherst nel 1872, studiò per alcuni anni a Zurigo e a Heidelberg sotto l’influenza della scuola storica tedesca. Rientrato negli Stati Uniti, insegnò in diverse Università fino al 1895, quando fu chiamato nella Columbia University di New York, dove insegnò per il resto della sua carriera. Fu sempre impegnato sul terreno sociale, partecipò attivamente al movimento per la pace. Morì nel 1938, all’età di novantun anni.
La sua opera
The Distribution of Wealth, pubblicata nel 1899, espone la teoria marginalista della distribuzione del reddito, secondo la quale l’economia di mercato perfettamente funzionante è caratterizzata da due condizioni relative all’impiego dei fattori produttivi: l’efficienza, nel senso che ogni fattore viene attirato laddove ha la maggiore produttività; l’equità, nel senso che ogni fattore viene remunerato in base al contributo che esso ha dato alla produzione della ricchezza. Non vi è dunque spazio per situazioni di ingiustizia o di sfruttamento, né per interventi esterni volti a modificare il funzionamento del mercato; qualunque tentativo di correggere i meccanismi spontanei della concorrenza sarebbe fonte di iniquità e inefficienza.
Con quest’opera, la più nota e la più letta di Clark, egli viene considerato il campione dell’economia di mercato, lo strenuo difensore del liberismo. Ma questa interpretazione non collima affatto con il contenuto della sua prima opera
The Philosophy of Wealth, che era stata pubblicata nel 1886 e che conteneva una critica radicale dell’economia capitalistica e dei processi di trasformazione subiti dal sistema economico.
L’unico modo che molti interpreti trovano per spiegare la diversità delle due opere è la tesi di una conversione radicale, da una posizione critica contro il capitalismo, imbevuta di ideologia e di moralismo, ad una sua esaltazione, altrettanto ideologica e fideistica. Una conversine di cui peraltro non vi è traccia negli scritti di Clark, che anzi rivendica una piena continuità fra le sue opere.
Ma quello che davvero mette in crisi l’idea della conversione è la sua terza opera, la meno letta e la più ignorata, pubblicata nel 1907,
Essentials of Economic Theories, nella quale egli sembra riprendere il taglio critico del 1866, fino a chiedere l’intervento dello Stato contro le degenerazioni del mercato. Se non si vuole avanzare l’idea improbabile di una nuova conversione, è necessario costruire una interpretazione unitaria della teoria clarkiana, partendo da una lettura attenta e completa delle sue opere, che sono diverse per le prospettive e per i linguaggi adottati, ma rispondono ad una unica e coerente concezione del funzionamento dell’economia capitalistica.
Si scopre allora che
The Philosophy of Wealth delinea il processo di trasformazione che ha investito l’economia di mercato e critica le degenerazioni che ne hanno fatto un’economia monopolistica. L’analisi è condotta da una prospettiva empirica, che rileva il passaggio dalla concorrenza ad altre forme di mercato, con un giudizio severo, sul piano etico ed economico. Del tutto diversa è la prospettiva adottata in
The Distribution of Wealth, che è invece squisitamente analitica. Espone il funzionamento di un modello di mercato perfettamente concorrenziale, con un approccio statico e astratto. In quel modello i prezzi dei beni si livellano ai costi di produzione e i prezzi dei fattori riflettono la loro produttività.
La terza opera infine,
Essentials of Economic Theories, adotta una prospettiva dinamica, individuando i fattori di cambiamento del sistema economico. In particolare, il miglioramento dell’organizzazione produttiva, con la concentrazione delle attività, l’aumento della dimensione e la riduzione del numero delle imprese, per un verso consente l’aumento della produttività e della ricchezza, per un altro porta alla trasformazione della concorrenza in monopolio. In tal modo viene sconvolto il funzionamento delle leggi economiche, i prezzi dei prodotti non riflettono più i costi di produzione e i redditi dei fattori non sono più legati alla loro produttività. Il mercato insomma, per sua spontanea evoluzione, si allontana stabilmente dalle condizioni di efficienza e di equità della concorrenza perfetta descritte nella
Distribution of Wealth, l’efficienza si trasforma in spreco di risorse e l’equità in situazioni di privilegio per alcuni e di subordinazione per altri, con danni non solo per i soggetti direttamente colpiti ma anche per l’intera società.
Si impone perciò, secondo Clark, un intervento dello Stato che, attraverso un severo controllo del mercato e della sua dinamica, imponga un sistema di prezzi dei beni e dei fattori corrispondenti alle condizioni di equità e di efficienza presenti nel mercato astratto della concorrenza perfetta, che il mercato effettivo non riesce a garantire. La dimensione storico-empirica e la dimensione statico-astratta quindi si integrano e si completano a vicenda, con lo sviluppo di una critica non al mercato di concorrenza ma al capitalismo che produce il passaggio dalla concorrenza al monopolio, che tuttavia è l’unico capitalismo che esiste. La teoria clarkiana acquista così un’intima coerenza: il suo liberismo non è mai messo in discussione, ma assume particolare forza e originalità, facendo di Clark un liberista critico del capitalismo.