Ad osservare e ascoltare il presidente del Consiglio Mario Monti e gli altri membri del governo si ha l’impressione di un radicale mutamento del linguaggio politico. E tanto è lo stupore, che ci pare di assistere a un repentino e inopinato ritorno ai modi e ai riti delle istituzioni di trent’anni fa. In poco meno di due mesi siamo passati dalle poco edificanti performance pubbliche e private di un presidente ormai fuori controllo, alle rare, sobrie e controllatissime apparizioni di un accademico che della sua categoria sembra avere ogni vizio e ogni virtù. Ne abbiamo avuto la riprova durante la conferenza di fine anno, il 29 dicembre 2011: con ogni evidenza non mancavano al presidente la fluviale eloquenza e il gusto per il dettaglio erudito, né quei vezzi tipici dell’oratore d’aula universitaria come la febbrile ricerca, tra le numerose carte, del foglietto o dell’appunto decisivo.
Se si tratti di vizi o virtù, è difficile dire. Certo è che si tratta di strategie retoriche decisamente in controtendenza rispetto a quelle che hanno consentito il trionfo duraturo del progetto politico del PdL e della Lega.
La convinzione che fosse possibile opporre ai modi rozzi e aggressivi di numerosi esponenti dei partiti del centrodestra, atteggiamenti miti e riflessivi si era del resto già rafforzata nella scorsa primavera, quando Giuliano Pisapia a Milano e Massimo Zedda a Cagliari vincevano le elezioni in due città nelle quali era difficile ipotizzare l’insediamento di sindaci di sinistra. Mentre a Napoli Luigi De Magistris impugnava la clava contro avversari e alleati e prometteva rivoluzioni, Zedda e Pisapia illustravano i loro programmi senza nascondere la complessità dei problemi e conducevano campagne elettorali all’insegna di un’eleganza politica che pareva a molti osservatori segno di debolezza.
Ma la comunicazione delle consultazioni amministrative si svolge in maniera assai diversa da quella delle politiche e il caso Monti è solo apparentemente assimilabile a questi appena citati. Intanto perché Mario Monti non è un leader di partito e non può essere considerato rappresentativo di cambiamenti in un campo nel quale non ha ruoli rilevanti, poi perché la sua legittimazione promana direttamente da esponenti direttamente cooptati dalle elite delle due forze politiche più rappresentate nel Parlamento. Il suo modo di presentare le forti novità, il suo linguaggio dipendono dunque più dalla pragmatica necessità di corrispondere ad aspettative spesso contrastanti, che da un clima culturale veramente trasformato.
È interessante notare, a tal proposito, che la necessità di delegare a un gruppo di rispettabili esperti il meglio dell’azione riformatrice in un momento delicatissimo per le sorti dell’Italia, oltre che dalle note pressioni del momento, pare derivare dall’amplificazione e dalla cristallizzazione retorica di quelle richieste di svecchiamento della classe dirigente e di semplificazione del linguaggio politico che avevano caratterizzato la prima stagione della Seconda Repubblica. È allora che si sono manifestati al meglio – e sono stati codificati come tali proprio su base retorica – i ‘corpi estranei’: prima Umberto Bossi, protagonista per la verità anche della fase implosiva della Prima, e poi Silvio Berlusconi. E da allora non è stato possibile metabolizzarli. Quelle componenti nuove del sistema politico, invece di contribuire alla riforma delle istituzioni che occupavano, hanno continuato una folle partita anti-istituzionale e populista, rendendo impraticabile ogni azione diversa dalla lotta. Il fallimento della Bicamerale fu il precoce segnale della deriva contrappositiva che oggi non consente al nostro Parlamento di reagire in modo compatto alle emergenze nazionali, se non deresponsabilizzandosi.
L’attribuzione dell’incarico a Monti, favorita dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, risponde proprio alla necessità di un accordo, almeno clandestino, tra Partito Democratico e Popolo della libertà sulle maggiori e urgenti questioni strutturali e, su un piano diverso, rappresenta l’abilità della parte più illuminata della nostra classe dirigente nel rispondere con le più sofisticate soluzioni ‘di palazzo’ alle retoriche dei populismi: un tecnocrate nominato senatore a vita con il fine di accreditare la soluzione come interamente parlamentare e un gruppo di ministri credibilissimi e tutti estranei all’azione militante dei partiti.
Ma Monti ha già mostrato di essere molto di più di una voce ventriloqua etero-diretta e, durante la conferenza di fine anno, mentre esibiva la consapevolezza della provvisorietà del suo governo e dei suoi comportamenti, ha affermato candidamente che il fine principale di un governo come il suo è quello di «impacchettare» soluzioni utili al Paese in modo che risultino, se non gradite, almeno accettabili alle forze politiche e agli elettori e di non aspettarsi conferme pubbliche di un appoggio parlamentare che gli viene garantito di volta in volta attraverso incontri privati.
Dichiarazioni come queste, oltre a smascherare ancora una volta la profonda differenza tra il suo modo esplicito e quello degli altri, così capaci di divaricare verità pubbliche e private, sarebbero attribuibili ai più navigati uomini di Stato.
Tuttavia non dobbiamo attenderci né un grande contagio di buonsenso, né che dietro l’angolo ci sia una stagione di conciliazioni proprio perché alcuni tratti di quell’antica e lunga rivoluzione del linguaggio e dei comportamenti è penetrata trasversalmente nella cultura politica italiana e ormai non investe più solo la lotta tra partiti avversari, ma anche gli antagonismi congressuali e quelli tra partiti alleati. Lo vediamo già, mentre l’attuale governo agisce, da un lato i leghisti indossano gli abiti celtici di scena e tutto il loro irresponsabile e rozzo strumentario, dall’altro lato Antonio Di Pietro continua ad agitare manette e distintivo.