La domanda di previsioni economiche cresce di pari passo alle accuse rivolte agli economisti di loro incapacità di produrne di corrette. Ciò significa che la necessità di sapere come evolverà in futuro l’economia è molto sentita, forse perché si ritiene di poter sconfiggere con esse le incertezze che gravano sul nostro reddito, sul posto di lavoro e sui nostri risparmi. Queste attese sono in gran parte infondate e imotivi vanno spiegati. Nel migliore dei casi, infatti, gli economisti possono insegnare come interpretare gli sviluppi produttivi e occupazionali piuttosto che prevederli.
Gli strumenti matematici che la teoria ha elaborato nell’ultimo mezzo secolo sono in parte responsabili d’aver alimentato la speranza di prevedere il futuro. Essi funzionano in questa direzione, ossia possono “prevedere”, se il futuro si comporta come il passato, ossia non mutano gli schemi di comportamento degli operatori di mercato e delle autorità politiche interpretati con i metodi econometrici. Di fronte a cambiamenti profondi – come l’affermarsi sul mercato globale della Cina, dell’India e di altri paesi arretrati – l’uso di modelli interpretativi basati sulle osservazione dei comportamenti passati equivale a candidarsi con quasi certezza a sbagliare previsioni. E’ esattamente quanto accaduto. Se cambia un governo, come successo negli Stati Uniti con l’elezione di Obama al posto di Bush jr., cambiano le condizioni della politica fiscale, presumibilmente portando più spese e debito pubblico con conseguente alterazione della distribuzione del reddito, una variabile centrale nel funzionamento di un’economia. Quando lo Stato si appropriava del 30% del reddito, le cose andavano in un certo modo; quando questa quota è salita a quasi il 50%, sono andate in un altro. Quando Reagan e la Thatcher “restituirono” parte della quota di reddito, con le detassazioni, e della ricchezza, con le privatizzazioni, l’economia cambiò ancora direzione di marcia. Per prevedere gli andamenti futuri dell’economia bisogna impossessarsi mentalmente delle grandi relazioni che sottostanno ai comportamenti del mercato e delle autorità di governo. Ad esempio, nel maggio 2009, quando quasi tutti collocavano, nel migliore dei casi, la ripresa intorno al 2010, mi avventurai nella previsione che invece l’avremmo avuta entro la fine del 2009, come in effetti è accaduto. Il comunicato finale dell’incontro di Londra del G20 (il gruppo di venti paesi “che contano”) mi aveva reso edotto che l’impulso fiscale, ossia la maggiore spesa pubblica e le detassazioni disposte per fronteggiare la crisi, aveva raggiunto una dimensione pari al 10% del Prodotto Interno Lordo globale e la creazione moneta aveva addirittura sorpassato questa percentuale. Uno stimolo di politica economica di questa proporzione (20% nel complesso) non poteva se non fare svoltare l’economia e, se non l’avesse prodotto, saremmo entrati in un vero guaio. Però, da qui a prevedere che la ripresa sarebbe stata di una certa dimensione o a una certa data passa lo stesso mare tra il dire e il fare.
Questo è ciò che può fare l’economista: valutare le spinte provenienti dalle autorità e dal mercato e indicare la direzione in cui muoverà l’economia. Questo diventa anche il metro di misura della bontà delle previsioni che i numerosi centri pubblici e privati producono in continuazione, cambiandole talvolta ogni mese, ossia producendo in formazioni che non servono a un gran che, anzi aumentano l’incertezza, che già abbonda nell’economia moderna.
A questa prima regola di come prevedere il futuro, ne segue un’altra basata sull’uso di uno strumento logico: quello di far seguire a una premessa, una conclusione; ossia se si verifica questo evento, allora seguiranno “con probabilità” talune conseguenze. Ciascuno di questi se indica uno “scenario”, che diventa una cassetta degli attrezzi per effettuare previsioni senza dipendere dai “guru della materia”, sovente ben pagati.
Seguendo questo metodo basato su due regole, ma procedendo sempre con molta cautela, tentiamo ora di rispondere alle attese di coloro che ci domandano quale sarà il loro futuro economico nel 2010.
Primo scenario. Se la Cina continua a sostenere il valore della propria moneta, lo yuan-renminbi, e a ingurgitare dollari che presta agli Stati Uniti, e se i paesi produttori di petrolio si accontentano di 80 dollari a barile del loro prezioso prodotto (che noi sprechiamo indecorosamente), allora la ripresa continuerà e qualche segno positivo si presenterà anche sul livello di occupazione fin dal 2010. Se però i paesi produttori di petrolio e di altri beni e servizi non si accontentassero e l’inflazione superasse il 2%, allora le banche centrali attuerebbero quello che “minacciano” da tempo, chiamandola exit strategy, ossia aumenteranno il costo del danaro e ridurranno l’offerta di moneta. Il saggio di sviluppo, che sarà ancora debole nel 2010, cadrà nuovamente e, con esso, l’occupazione.
La variabile strategica di questa previsione è quindi l’inflazione. Si deve tenere d’occhio questa grandezza per capire se bisogna mettersi al riparo o restare all’aperto.
Secondo scenario. Se la Cina cede alle pressioni politiche o a quelle di mercato e rivaluta lo yuan rispetto al dollaro e se questa rivalutazione è significativa, allora il valore dell’euro verrebbe trascinato verso l’alto e lo sviluppo dell’euroarea ne patirebbe. Sarebbe un triste addio alla speranze di ripresa del reddito e dell’occupazione, anche per l’Italia. La dimensione della rivalutazione dello yuan consentirà di capire se il colpo allo sviluppo sarà forte o debole. Gli Stati Uniti non avranno un grande beneficio da un deprezzamento del dollaro, perché il loro deficit di bilancia estera dipende prevalentemente dall’eccesso di domanda interna e non dal cambio del dollaro con lo yuan.
Se il deprezzamento del dollaro inciderà sulla fiducia nella moneta americana, allora la possibilità per gli Stati Uniti di indebitarsi all’estero si potrebbe ridurre, creando un avvitamento verso il basso del loro sviluppo e di quello globale.
In questo scenario, la variabile strategica è quindi la politica del cambio che seguirà la Cina e, poiché le svalutazioni creano inflazione, in esso si può innestare anche il meccanismo dell’exit strategy descritto nel primo scenario.
Esiste la possibilità di uscire dall’uno o dall’altro scenario?
Per il mondo intero, si esce da entrambi gli scenari, meglio ancora non si entra in essi, rafforzando la cooperazione internazionale fino a sostituire, come hanno già richiesto i cinesi, che mostrano una particolare saggezza, il dollaro con i diritti speciali di prelievo, la “moneta” del Fondo Monetario Internazionale.
Occorre inoltre integrare gli accordi che reggono il libero scambio secondo le regole del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, inserendo l’obbligo di partecipare agli scambi globali con lo stesso regime di cambio, preferibilmente quello fisso; ma, per rendere più agevole il passaggio istituzionale, andrebbero bene anche i cambi flessibili. In questo caso, tuttavia, gli Stati Uniti dovrebbero dare una qualche garanzia all’ingente massa di dollari in circolazione (di cui circa 4.500 mld sono tenuti a riserva ufficiale, 1.600 circa in mano alla Cina).
La probabilità che si realizzi questo scenario alternativo è bassa, come ben sanno gli studiosi di strategia economica: l’uomo reagisce e non agisce. Occorre una crisi perché si prendano queste decisioni e non è neanche certo che si prendano nelle forme ipotizzate.
Di conseguenza l’Unione Europea si deve dare “una svegliata”, invece di accodarsi agli Stati Uniti. Deve affiancarsi alla Cina nel sostegno del dollaro, al fine di impedire un suo deprezzamento che comporterebbe, come si è detto, una rivalutazione della moneta europea. Dovrebbe perciò cambiare canale di creazione della propria base monetaria, immettendola attraverso il canale estero, invece che continuare a farla passare esclusivamente per il canale delle banche. Se lo facesse, allora acquisirebbe dollari a riserva ufficiale con i quali contare sul tavolo del grande negoziato globale, che prima o dopo prenderà avvio, se già non lo preso in circoli ristretti dai quali l’Unione Europea è esclusa perché non ha ancora risposto alla domanda di Kissinger: a chi telefono in Europa se ho un problema grave da risolvere?
La campana, tuttavia, non suona solo per l’Europa. L’Italia ha anche un debito pubblico che, al mutare delle condizioni internazionali monetarie, potrebbe intraprendere un suo autonomo sviluppo, travolgendo la nostra crescita e l’occupazione. Credo che le autorità italiane sottovalutino i rischio di una convergenza tra condizioni internazionali e interne, forse pensando che, alla fine, potranno dare la colpa all’estero se faranno pagare le loro esitazioni con maggiori imposte e tasse per salvare le imprese e i posti di lavoro.
La soluzione quindi esiste. Non esistono però i solutori.