Mai come oggi servirebbe un governo in grado di governare. Invece mai come oggi il governo balbetta praticamente su tutto. La destra pimpante ha fatto posto a un’armata litigiosa. È una frattura di carattere, e in questo senso riguarda i leader, ma per la prima volta investe il progetto nel suo respiro più che decennale. E questa novità difficilmente si può archiviare a battute come nello stile del “capo”. Poi c’è l’opposizione. Stretta tra un’agenda che detta i tempi (la manovra, Pomigliano, le intercettazioni…) e alle prese col solito bisogno di dare un profilo a quel Pd dal quale dipendono le sorti dell’alternativa. C’è chi parla di una legislatura avviata a chiudersi. Non lo so e mi asterrei dalle previsioni. Resta la necessità di trovarsi pronti nel caso di una loro implosione, per nulla scontata ma allo stato neppure irreale. E allora la domanda, la stessa da tempo, riguarda noi e come ci attrezziamo a un’accelerazione possibile. Non è solo questione organizzativa, per quanto anch’essa conti, e parecchio. È proprio la richiesta sul “modo” nostro di leggere il passaggio e sulle parole da usare quando, e se, la vicenda dovesse assumere una piega elettorale imprevista.
Il “modo” dunque. Sulla ferita, perché di questo si tratta, giorni fa Galli della Loggia, aprendo il Corriere della Sera, ha sparso sale in abbondanza e dopo una critica dura a chi pilota il battello (meglio tardi che mai, vero?) ha sferzato l’insieme. Così, “…senza dubbio siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida, abbandonato agli eventi, al giorno per giorno. Nessuno è in grado di dirgli qualcosa circa il futuro che lo aspetta, che ci aspetta. Nessuno vuole o sa parlare alla sua mente e al suo cuore. Nessuno è capace di indicargli una via e una speranza”. Sino a chiudere il cerchio con parole severissime, “ma che cos’è questo se non il compito della politica? Ecco allora il vero cuore della nostra crisi. Ciò di cui l’Italia è oggi drammaticamente e specialmente priva è la politica”. Non è il tono a colpire, l’allarme urlato, ma l’oggetto della critica, che poi ad altro non allude se non al disarmo delle culture che avrebbero la missione di guidare la nazione fuori dalle secche.
Ha ragione Galli della Loggia? Ha torto? Direi che coglie un punto quando inchioda la destra alle sue responsabilità, ma richiamando noialtri – le opposizioni – a un compito sinora largamente inevaso, pensare un paese fondato su regole e su un modello sociale e di civismo diverso dall’attuale. Non è poco. Il problema, come sempre, è passare dalla denuncia alla trama. Insomma al merito della risposta. Ed è qui, almeno a parer mio, lo snodo vero davanti a noi. In questo senso paghiamo, credo, una discussione dominata dall’emergenza. Per cui saltano le banche e c’è la priorità della crisi. Berlusconi minaccia i magistrati e ci occupiamo di giustizia. Oppure perdiamo le regionali e per settimane ci scrutiamo allo specchio.
Capisco che in parte siano scelte obbligate. Resta il fatto che fatichiamo a tenere unita una storia che, invece, è molto più compatta di quanto appare. E ciò tanto più perché siamo parte di una faccenda vasta, che riguarda l’intero campo progressista in Europa e che ci interroga su cosa dovrebbe dire e fare il centrosinistra per recuperare un consenso in buona misura venuto meno. Ora, se guardiamo in casa nostra le differenze non sono tanto sulla fotografia: bene o male i numeri parlano e parla il colore dei governi che oggi guidano buona parte del continente. Il punto è misurarsi con le soluzioni che siamo in grado di avanzare quando parliamo dei tre temi più urgenti: la crisi della democrazia, la crescita dell’economia, la qualità e la misura della cittadinanza.
Impostata così, la prima considerazione riguarda i nostri avversari. In particolare lo scarto tra ciò che fanno e quello che arriva al paese. La questione non è banale perché in quello scarto c’è la chiave del loro consenso. Ora, pesa certamente la loro egemonia nel governo dei messaggi, ma c’è anche dell’altro. C’è la nostra difficoltà a dare una rappresentazione realistica di quello che sono. Non riprendo i dati sulla manovra, coi tagli lineari a Regioni ed enti locali. Ma un solo esempio può aiutare a capire: se si osserva da vicino il capitolo della spesa di questo nostro paese e ci si concentra sulle scelte della destra negli ultimi dieci anni, molte cose s’illuminano. A cominciare dai grandi numeri: dal 2000 al 2009 la spesa pubblica complessiva dell’Italia è passata da 542 a 786 miliardi di euro (vuol dire 244 miliardi in più in soli nove anni). È un aumento del 45 per cento, più del doppio dell’incremento dei prezzi nello stesso arco di tempo. Ora, tolti i tre nostri governi (i pochi mesi di D’Alema nel 2000, l’anno pieno di Amato tra 2000 e 2001 e gli ultimi venti mesi di Prodi), il grosso di questa impennata è figlio delle loro decisioni. Con un elemento decisivo, che analizzando le voci della spesa, quella col maggiore incremento (più 59 per cento) è la spesa per beni e servizi, cioè appalti e consulenze, esattamente l’ambito dove è esploso l’affarismo di una concezione dello Stato che ha rimosso ogni controllo sulle scelte dei poteri pubblici. Per capirci l’asse Tremonti-Bertolaso-Scajola. Bene, questi sono i numeri (dell’Istat). Le cifre di un fallimento nell’allocazione delle risorse. Eppure di fronte a queste cifre noi abbiamo sofferto l’offensiva di un governo impegnato a promuovere il federalismo e la trasparenza nella spesa, cioè l’esatto opposto di quello che hanno fatto e che le tabelle certificano.
Finanziarie votate
in nove minuti
dai cortigiani del premier
Il risultato è qualcosa di assolutamente originale: un modello di privatizzazione dello Stato (faccio quello che voglio: variazioni di bilancio, finanziarie votate in 9 minuti dal consiglio dei Ministri, col corollario, anch’esso unico, che la prima cerchia di collaboratori intorno al premier coincide, letteralmente parlando, col suo collegio di difesa in uno schema dove a un sistema di gestione delle risorse oggettivamente rischioso – chiamiamolo pure di potere senza responsabilità – corrisponde una rete di protezione fondata sull’idea che i suoi avvocati la mattina lo difendono in tribunale e il pomeriggio dettano le leggi al Parlamento. Chiedo, non è questo è un esempio abbastanza rilevante di come la crisi della democrazia e una modifica dei meccanismi della rappresentanza si fondono con una concezione del bene pubblico del tutto alternativa alla nostra? Perché poi in quella loro visione è chiaro che i diritti delle persone, e tutto il corredo a noi caro, delle opportunità, dei meriti, dei talenti individuali, sono destinati a perdere ogni nesso con la politica. In questo la loro è davvero una concezione avventuristica dello spazio pubblico. E però colpisce che da anni noi ci troviamo, su questo piano, a giocare la carta dell’inseguimento anziché quella di una alternativa radicale. Lo dico perché dovremmo dedicarci in primo luogo a rovesciare questa percezione e restituire al nostro campo una affidabilità sul nesso Legalità, Diritti, Cittadinanza, nella convinzione che proprio questo legame sia oggi la base di una idea più solida della crescita e l’indicatore più efficace del livello di benessere di una società.
E vengo alla seconda considerazione. Anche con quest’ultima manovra è tornato il tema delle riforme strutturali che il Paese attende da anni e senza le quali non c’è possibilità di un rilancio stabile della crescita. E’ vero: ed è la ragione di fondo che dovrebbe sostenere una alternativa credibile. Il punto è se noi per primi siamo d’accordo nel fissare le priorità di questa azione riformatrice. Prendiamo l’accesso al lavoro delle donne: non è solo una questione di ammortizzatori sociali, anche se tutti sanno che in tempo di crisi il primo vero ammortizzatore è far entrare in casa due stipendi anziché uno soltanto. E’ una chiave di lettura della bassa crescita in una prospettiva storica. Il punto è che se il tasso di occupazione femminile raggiungesse in Italia quello maschile, il nostro Pil crescerebbe intorno al venti per cento. Allora la domanda riguarda noi ed è come si fa a portare quel tema in cima agli altri per farne una leva di crescita dell’economia e di sviluppo del benessere. Sentiamo dire da anni che ci mancano le parole in grado di identificare la nostra offerta (per cui, quelli dicono “via le mani dalle tasche degli italiani” e tutti sanno di chi si parla, mentre noi non abbiamo questa forza della sintesi). Non so se davvero questo è il problema, ma se lo fosse, dire “più donne che lavorano, più benessere per tutti” avrebbe un senso, anche perché tutto sommato saremmo i soli a dirlo con quella enfasi. Il punto è da dove ripartire – da dove riavvolgere il filo – per restituire ai beni collettivi quella centralità che non hanno più, e non nei termini soltanto di una scelta di principio, ma come garanzia di un benessere accresciuto per i singoli. E qui davvero, secondo me, tocca a noi spiegare perché una società drammaticamente ingiusta (nella distribuzione delle risorse come nella selezione delle persone…) è un handicap che si ritorce sulla vita dei più. In questo senso la composizione delle classi dirigenti del paese rivela la sua sostanza profonda, è come una tac, una radiografia che ci mette a nudo. Le statistiche sono sempre aride, lo sappiamo, ma insomma, nell’Italia della metà degli anni ’60 si saliva in cattedra a trentacinque anni, quarant’anni dopo l’età media è salita a cinquantatre. E la tendenza è impressionante: tra i medici (i dati sono del Cnel) nel 1997 il 21 per cento aveva meno di trentacinque anni, nel 2007 (dieci anni dopo, dunque parliamo di noi) quella percentuale era calata sotto il dodici (praticamente si è dimezzata). Lo stesso vale per i professionisti, gli imprenditori, e ovviamente per la politica. Persino la nostra nazionale che ha vinto i mondiali in Germania (altri tempi!) era, tra quelle che hanno alzato la coppa, la più vecchia degli ultimi cinquant’anni. Non ne faccio una questione di giovanilismo, categoria ai miei occhi sempre più insopportabile, ma di principio della selezione e di competitività del sistema. Perché è evidente che se non aumenta la produttività, del lavoro e dei fattori economici, questo accade anche per una struttura del paese, e del potere, che ci impedisce ogni progressione: quando sui tempi della giustizia civile siamo al 156° posto su 181 paesi monitorati, vuol dire che la partita è largamente compromessa e che si torna a galla solo con una forte e inedita radicalità nel disegnare le riforme necessarie.
La terza e ultima osservazione, che a mio avviso molto ha a che fare col lamento di Galli della Loggia, è legata al ritardo del linguaggio nel conflitto democratico attuale. È un tema che si può riassumere cosi’. Tra i guasti che la cultura della destra ha imposto nel tempo lungo del ventennio, c’è l’incapacità di distinguere tra i luoghi della politica, dello Stato, del formarsi delle coscienze, col risultato di un intreccio malato tra immagine, parola e potere. È come se non ci fossero più distinzioni, limiti, separazioni. Come se la lingua della politica fosse condannata a un esperanto elementare, pena la sua messa al bando da un contesto comunicativo accessibile a milioni di persone. Il punto è che anche noi siamo lentamente caduti prigionieri di una società indifferenziata e di una politica che ha mutuato questo schema: in parte per convinzione (nel caso loro), in parte come autodifesa (il caso nostro).
Evidenti stonature
Nell’aula di Montecitorio
auguri ai neo-papà
L’effetto è che sono cadute le barriere: si parla nella Camera Alta come in un salotto televisivo, e la stonatura evidente, col passare del tempo, si fa sempre meno evidente. Se posso raccontarlo con un episodio: un paio di mesi fa alla Camera, in piena seduta, la presidenza ha omaggiato degli auguri dell’Aula quattro o cinque colleghi per la loro recente paternità. Voi direte “nulla di male”. Forse No, o forse Sì, qualcosa di male c’è, perché quella non è un’assemblea di condominio, o una radio dove si filtrano le dediche, quella è la Camera legislativa, dove al massimo la personalizzazione dovrebbe coincidere col congedo verso un collega o un ex collega che non c’è più. E però, d’altra parte non ci si può stupire più che tanto se è vero che il capo del governo ha concluso il suo primo intervento parlamentare, in questa legislatura, imitando la gag di un comico sul capo dell’opposizione.
L’Italia che verrà
Ricordiamo Benigni
che abbraccia Berlinguer
Cito dagli atti: ”Credo che se lo vorremo davvero e tutti insieme, come direbbe pacatamente e serenamente il principale esponente dello schieramento parlamentare a me avverso, se po’ fa’”. Lo stenografico riporta in calce: applausi dai gruppi del PdL e della Lega. Tutto questo è il segno di un pensiero scialbo e di una caratura della politica che insegue disperatamente il suo uditorio potenziale. Ora, va bene che siamo lontani da Hegel per cui la pubblicità dei lavori parlamentari doveva rappresentare “un grande spettacolo che educa egregiamente i cittadini”. Ma qui siamo all’opposto: a una regressione cercata e condivisa come la sola strada in grado di connettere il “popolo” e le “istituzioni”. Penso che anche questo aspetto abbia un’attinenza stretta con quella che noi chiamiamo la crisi della democrazia. Lo dico cosi’: cosa resta della politica dopo un ventennio segnato – ne ha scritto benissimo Michele Prospero in un libro di recente uscita – da una esasperata frammentarietà del discorso, dall’abuso dei diminutivi o dei superlativi, dalla ripetizione ossessiva di parole generiche, da un intercalare dialettale come prova di radicamento sul territorio e da registri ossessivamente bassi, per cui non è più pensabile una politica che si eleva oltre la media del percepito? Ecco, cosa resta se per vent’anni questa diventa la regola? La norma? E chi paga il prezzo di questo disarmo critico? Noi o la destra? Temo che, in larga misura, questo sia un problema nostro. E non l’ultimo dei problemi. Perché forse non è un caso che dietro questa idea ci sia poi l’ideologia della giovinezza, il culto del fare, la concretezza elevata a metro di qualità, persino la velocità in una riproposizione cialtronesca della ribellione futurista. Il punto resta un paese che perde ogni riferimento nella statualità e nelle culture politiche: e che sbanda di qua e di là, in preda al primato della leggerezza, del comico che si incarna nella politica (ancora Prospero), con delle contaminazioni che personalmente non capisco e non condivido: per dire, non riesco a farmi una ragione del fatto che tutte le settimane dei nostri autorevoli dirigenti, per dire la loro a Ballarò, debbano subire la corvé dei dieci minuti di Crozza. Che è bravissimo, ma non è un caso se noi a 35 anni di distanza ci ricordiamo di Benigni che prende in braccio Berlinguer. E ce lo ricordiamo perché accadde quella volta, in una data che è rimasta scolpita, in quell’irripetibile tramonto estivo sulla terrazza del Pincio. Se quel gesto si fosse replicato tutti i mesi a seguire, a pagare il prezzo maggiore sarebbe stato il carisma di Berlinguer.
Allora la domanda è come si ricostruisce un legame sano – un nesso logico – tra il racconto della politica, il suo linguaggio. e i valori che esprime, e dunque la sua capacità di dare rappresentanza a interessi altrimenti oscurati. Riuscire a rispondere potrebbe aiutarci anche a convincere Galli della Loggia e molti con lui che l’opposizione c’è e ha un’altra idea dell’Italia che verrà.