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Anno XI - Luglio/Agosto 2010
Editoriale 2

Eppur si muove
La Sardegna può sperare
alle spalle, quattro anni e mezzo ancora di fronte a noi ...

di Mario Rosso

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Negli ultimi anni ho avuto spesso occasione di parlare e scrivere sullo stato e le prospettive della Sardegna.
Riguardando indietro, mi accorgo di essere stato, in quasi tutte quelle occasioni, disilluso, preoccupato, talvolta un po’ catastrofista, e comunque sempre pessimista.
Lo sono stato nell’epoca del grande assalto del cemento, i disastri degli infelici investimenti industriali, la depredazione delle provvidenze e dei finanziamenti. Lo sono stato all’epoca pre-Soru, quando una classe politica leggera, senza identità e senza progetti lasciava irresponsabilmente scivolare la Sardegna verso un futuro inerziale di dipendenza economica e culturale
Lo sono stato anche durante la gestione Soru. Nonostante la straordinaria modernità e genialità del progetto politico di Soru, la sua determinazione e le eccezionali doti iniziali di leadership, come tanti ho percepito le resistenze esplicite e occulte, ho visto trasformarsi le cose dette e le eccellenti azioni realizzate “falsate dai cialtroni per farne trappole ai creduli”, come direbbe Kipling, gli effetti perversi e rabbiosi della falsificazione e manipolazione, e al tempo stesso la leadership perdere sempre più il contatto con la gente, con il paese, con i sistemi di alleanza, nello sforzo vano di forzare la realtà a conformarsi all’idea e alla volontà, invece che forzare la visione a fare i conti con la realtà.
Che cosa dovrei dire oggi? La situazione non può certo presentarsi migliore: ai mali e agli errori e alle inadeguatezze storiche si aggiungono, pesanti come macigni, gli effetti paralizzanti di una crisi economica e finanziaria mondiale, di una recessione di fatto in Italia, un futuro volutamente indecifrabile. Per quanto riguarda lo stato del Governo regionale, scrivo in un momento che mi esime da ogni commento: divisioni interne, inchieste, ripetuti fallimenti decisionali e amministrativi,il riaffacciarsi di una cultura predatoria e miserabilmente faccendiera, una leadership evanescente.
Eppure, forse paradossalmente, invece trovo oggi altri motivi per essere ottimista.
Intanto, abbiamo avuto tutti una dura lezione: la crisi quella vera, è una severa maestra: spoglia e ripulisce lo scenario da ideologismi, parolai, promesse di lungo termine, retoriche vuote, e costringe a riconcentrarsi sulla concretezza del presente. Per questo oggi è il momento di lavorare per quella Sardegna migliore che possiamo avere ora.
E poi non abbiamo più il riferimento, ma nemmeno l’alibi della politica. Diciamo che la Sardegna, non ha saputo esprimere o per mancanza di continuità, o per mancanza di qualità, una classe politica di governo che avvicinasse in modo tangibile alla soluzione dei problemi
Meglio Soru? Meglio Cappellacci? Forse è meglio che cominciamo a fare da soli.
E a me pare che molti, in tutte le categorie e i settori economici e sociali della Regione, diano già chiari segni di avere capito, e di muoversi con energia in avanti.
Le associazioni imprenditoriali oggi sono in gran parte molto diverse dagli apparati burocratici, lobbystici , e difensivi/conservatori di parecchi anni fa: una classe di giovani imprenditori dinamici, che conoscono il mondo, sanno esportare, vogliono innovare, sono disponibili a investire. Consapevoli che non è più tempo di chiedere aiuti, o favori, ma di essere messi in condizioni di non svantaggio.
Da parte loro anche i Sindacati, hanno passato e stanno passando, un durissimo percorso di guerra difensiva, e sono pronti a considerare un ruolo più evoluto e maturo,a patto di liberarsi definitivamente dalle tenaglie sottoculturali dell’assistenzialismo, difensivismo populista e talvolta piagnone, giocando pienamente il loro ruolo, lavorare su progetti concreti, condividendo le compatibilità con tutti gli attori sociali ed economici.
Gli stessi Lavoratori,in alcuni casi anche più maturi del sindacato, si sono confrontati con dignità, coraggio e sofferenza con le nuove leggi, spesso spietate, della globalizzazione e della crisi, e oggi sono certamente più realisti e disponibili a forme più avanzate di soluzioni contrattuali.
E anche gli operatori turistici forse si sono resi conto di dover ripensare criticamente alcuni evidenti e vistosi errori di posizionamento e di strategia. Anche qui vedo una classe nuova di operatori professionali e radicati, corretti e affidabili fare tesoro della lezione: il bilanciamento tra lunghezza della stagione turistica, prezzi, livelli di servizio, competitività, loyalty, fruizione del territorio e della cultura sono certo problemi di sistema. Ma intanto ognuno sta cercando di capire e fare al proprio livello quello che può e sa di dover fare.
E possiamo certamente sperare di più, e presto, dai tanti giovani Amministratori locali, i sindaci della nuova generazione che hanno bagaglio di esperienza, cultura, strumenti di gestione e comunicazione imparagonabili rispetto al passato. E se il governo Regionale latita, questo sia in qualche modo una opportunità: ci facciano vedere di che cosa sono capaci, con idee nuove, propositività progetti,con meno assistenze, meno provvidenze, e senza alibi.

L’uomo della provvidenza,
se c’è
siamo tutti noi sardi

E poi ci sono i giovani, tanti e la maggioranza non sono più solo frustrati e rassegnati , ma inquieti e impazienti. I tanti under 25 che incontro all’estero, a Edinburgo come ad Alicante, a New York come a Shanghai che lasciano casa e famiglia per scarificarsi in ogni tipo di mestiere all’estero, per imparare non solo le lingue, ma anche le culture del lavoro e dell’investimento, i sistemi gestionali e organizzativi, e le regole praticate del vivere civile e del servizio, torneranno e stanno tornando non solo con esperienza, mestiere, apertura mentale, ma anche come cittadini esigenti di un Paese da emancipare.
Anche nelle infrastrutture, molti progressi sono in corso, e molti sono ancora possibili. Molto si può migliorare nel trasporto aereo, ma i nostri aeroporti in linea di massima non sfigurano per nulla , l’offerta di collegamenti,non è certo più un fattore “invalidante” per l’economia, come lo è stato per tanti anni. E i servizi di comunicazione, con la diffusione progressiva e puntuale della banda larga è certo un altro strumento di salto di qualità decisivo nella competizione sui mercati.
Da non dimenticare la straordinaria realtà delle molte piccole aziende innovative nell’ambito delle nuove tecnologie: in molte zone l’aggregazione di attività di ricerca, imprenditoria giovanile, capacità innovativa unita a una nuova consapevolezza commerciale e finanziaria stanno generando veri e propri fenomeni di sistemi a rete di crescita competitiva. Certo in gran parte autogenerato dal basso, con pochi o nulli aiuti finanziari e di assistenza, e sostenuto da una disponibilità a rischiare tanto più lodevole.
Non vorrei neppure sottovalutare il recente rifiorimento della “nuova letteratura sarda”, Niffoi, Agus, Soriga, Fois, Todde, Marrocu e dove, sia pure con molti chiaroscuri, vedo la testimonianza comunque di una fortissima volontà dell’esserci anche noi.
Nella mia carriera sono stato direttore del personale di molte grandi aziende e ho avuto modo di sperimentare quanto la qualità la motivazione, la determinazione del fattore umano sia sempre assolutamente essenziale nel superamento delle crisi. Oggi siamo in un momento in cui questa forza ce la dobbiamo dare da soli, senza e talvolta contro chi ci dovrebbe supportare.
Ognuno faccia il proprio dovere, e di più, senza smettere di chiedere quanto ci spetta, ma senza alibi per quanto non arriva o tarda. Mi rendo conto che con pochi e fragili supporti finanziari, riferimenti normativi e contrattuali erratici e spesso inaffidabili, infrastrutture a macchia di leopardo e assenza di progetti quadro, lo sforzo può essere improbo. E certo, il sonno della Regione genera mostri e pericoli ci sono, come si vede dall’utilizzo – qualcuno direbbe criminale – delle autonomie date o prese in tema di sviluppo edilizio nelle nostre coste.
Non c’è tuttavia nel breve alternativa all’impegno collettivo di responsabilità civile creato dal basso. Perché alla fine, l’opzione di puntare sulle leadership ha fallito. Finiamola di aspettare l’arrivo dell’uomo della Provvidenza. L’uomo della provvidenza, se c’è, siamo noi.

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