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Anno XI - Febbraio 2010
Editoriale 2
L’università che vorrei
per Sassari e la Sardegna

Sei mesi di opposizione alle spalle, quattro anni e mezzo ancora di fronte a noi ...

di Attilio Mastino

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lL’insediamento dei due nuovi rettori delle università di Sassari e di Cagliari rappresenta un elemento di forte novità e innovazione, ma coincide con il momento di massima crisi del sistema universitario italiano: i provvedimenti del ministro Maria Stella Gelmini hanno trasferito imponenti risorse dalle università del Sud e delle isole (considerate meno virtuose), verso gli atenei del Nord. Abbiamo inviato una lettera aperta ai parlamentari, intorno agli indicatori utilizzati dal Governo sulla ripartizione del Fondo di funzionamento ordinario che hanno penalizzato le università che operano in un territorio delicato ed economicamente debolissimo. L’iniziativa non è caduta nel vuoto e sono pervenute moltissime risposte a partire da quella del senatore Francesco Cossiga che si è impegnato a trattare il tema dell’insularità e del federalismo solidale col Ministro; sono stati presentarti emendamenti alla finanziaria sul tema dell’insularità ed è stato avviato un dibattito sul disegno di legge di riforma dell’università, intitolato “Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”.
Intervenendo alla Crui ho chiesto ai colleghi rettori di superare le cautele tattiche e di voler guidare il dibattito critico su un progetto di legge che rappresenta un tentativo senza precedenti (speriamo non velleitario) di riformare in profondità l’università italiana, ma utilizza strumenti inadeguati, senza mettere sul piatto nuove risorse: rischia di essere in discussione la struttura stessa degli atenei, la sopravvivenza di dipartimenti, facoltà, linee di ricerca, reti di relazioni consolidate.
La razionalizzazione proposta comporta anche drastici tagli e pone gli atenei italiani di fronte a scelte molto dolorose. L’ingresso dei privati nel Consiglio di amministrazione, l’indebolimento del Senato accademico, la diminuzione della rappresentanza studentesca, la scomparsa del personale tecnico amministrativo dagli organi accademici, l’impoverimento dei momenti di democrazia e di confronto, la precarizzazione dei ricercatori non sono elementi positivi in un quadro caratterizzato dalla ricerca di una efficienza che si dovrà comunque confrontare con la capacità di coinvolgimento delle persone, con l’adozione partecipata degli obiettivi prioritari da raggiungere, con politiche di sussidiarietà e di integrazione che correggano il modello centralistico di base.
Intendiamo impegnarci per respingere le minacce all’autonomia universitaria checché ne pensi quella parte della Crui che appare incapace di interpretare i sentimenti di chi opera dentro l’università, anche perché il provvedimento rischia di essere fortemente penalizzante per le università del Mezzogiorno e delle isole, colpite pesantemente già nel corso del 2009 da un taglio di risorse che non ha precedenti nella storia recente del Paese e che potrebbe rallentare l’entrata in servizio dei vincitori dei numerosi concorsi fin qui banditi. La riduzione delle risorse è una minaccia per il nostro ateneo.
Non ci sottraiamo alla valutazione e abbiamo richiesto la modifica di alcuni indicatori ministeriali, l’impianto di un sistema premiante, rigoroso, trasparente, condiviso e pubblicamente rendicontabile verso tutti i portatori di interesse, che consideri le specificità disciplinari ed i contesti territoriali in cui opera ciascuna università. Non si cambia senza investire. Occorre lavorare per reperire nuove risorse, nella prospettiva del federalismo fiscale.
In Sardegna il compito dell’università è cruciale per orientare le politiche di sviluppo dell’Isola valorizzando l’identità locale e contribuendo alla crescita delle strutture produttive nella nuova economia della conoscenza: si deve arrivare alla nascita di un sistema regionale integrato in sinergia tra i due atenei, con un modello di università a rete aperta ad una dimensione internazionale. Occorre promuovere un confronto con le Istituzioni per definire strategie di sviluppo dell’università e del territorio, basate sulla convergenza della programmazione. Sono necessari forti investimenti per un’adeguata dotazione infrastrutturale, la definizione di meccanismi competitivi ed un ripensamento delle modalità organizzative della tecnostruttura.
Per il futuro, intanto, vorremmo affermare l’orgoglio di un’appartenenza a un ateneo che vanta 450 anni di storia e insieme vorremmo riuscire a mettere a frutto un patrimonio che viene da lontano; intendiamo avviare un confronto ed uno stretto rapporto con le istituzioni ed in particolare con il governo regionale per difendere l’attuale modello di Università pubblica, per far diventare l’ateneo il punto di riferimento centrale per un territorio del Nord dell’Isola che vuole continuare a crescere, mettendo in relazione dialettica la ricerca umanistica e la ricerca sperimentale con applicazioni e trasferimenti a favore del territorio, in quella che è la terza missione dell’Ateneo, accanto alla ricerca ed alla formazione; intendiamo creare una continuità tra l’università, la città che ci ospita e la cultura della Sardegna; infine, fissare obiettivi alti di un forte rinnovamento generazionale e di internazionalizzazione, se non vogliamo ridurre l’ateneo ad un mero erogatore di prestazioni didattiche, un’università di servizio destinata a svolgere un ruolo circoscritto e poco significativo nel contesto nazionale e internazionale. Per costruire il futuro dell’università, mentre andiamo incontro ad un periodo di restrizioni, occorre anche trovare il coraggio di praticare scelte che implicano rigore e senso di responsabilità, costruendo il consenso ed evitando strappi e disagi, facendoci carico anche degli ultimi. Occorre allora riaffermare alcuni valori centrali, come quello della libertà di insegnamento e di ricerca, della possibilità reale di accesso agli studi universitari per gli studenti, della promozione culturale e sociale per i meritevoli, qualunque sia la loro provenienza sociale, geografica o culturale. Non si può pensare ad aumenti generalizzati delle tasse studentesche anche in questo momento di difficoltà, ma la leva della tassazione deve servire per incoraggiare gli studenti a concludere rapidamente gli studi.
Di fronte agli errori del passato, l’università italiana deve assolutamente cambiare: anche la nostra università sassarese può fare di più in termini di efficienza, ma deve ora partire dal tempo e dal mondo in cui viviamo, in cui siamo chiamati a competere. Al di là dei tagli e dei risparmi, dobbiamo essere capaci di fare proposte positive, coerenti con i bisogni dei territori e dei giovani che formiamo, finalizzando l’offerta didattica a prospettive serie di occupazione, ripristinando un rapporto diretto tra formazione e lavoro: dobbiamo ripensare la struttura degli atenei con nuove forme di gestione, per migliorare i risultati, i servizi, la produttività e la qualità: dalla didattica alla ricerca. Serve un’Università che si internazionalizzi, che diventi attrattiva per i giovani europei e del mondo, così da attivare un circuito virtuoso di scambio di culture, saperi e, perché no, di risorse umane ed economiche. Ma questa impostazione deve partire dalla base, dagli atenei, dagli studenti, dai cittadini, dalle forze politiche democratiche e dalle rappresentanze sociali. Occorre una forte proposta di riforma e di cambiamento che sostenga la scuola e l’università pubblica, accessibile e di qualità.
Ci mettiamo a disposizione per dare un contributo per valorizzare le nostre risorse (materiali, professionali ed umane), per stimolare processi virtuosi e per far crescere il nostro ateneo, tenendo conto della sua storia secolare, della sua complessità, della sua ricchezza di contenuti umani e scientifici: un ateneo europeo proiettato anche nel Mediterraneo, di qualità, capace di misurarsi in un confronto internazionale ma fortemente radicato in una Sardegna che non tradisca la propria originale identità. Noi non abbiamo di fronte soltanto un problema banalmente quantitativo, di indicatori da rispettare. Quella odierna è innanzi tutto una grande sfida culturale, fatta di passione civile e di impegno personale, sicuri che dovremo rendere conto di quello che non saremo capaci di fare. Ho fortissimo il senso del limite delle azioni dei singoli e sento vivissima la necessità di costruire alleanze e di trovare sinergie, di ascoltare il parere di tutti, di collegare tra loro i territori e le esperienze della Sardegna. Non sarà certamente facile ma è mia ferma intenzione provarci, con ottimismo, energia e voglia di fare. Con tutti quelli che mi vorranno aiutare in questo difficile percorso.

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