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Anno XIII - Gennaio 2012
Episodi

...mancu unu piricchittu!

a cura di Pierluigi Cocco (oudèis)

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16 marzo 1986. Il silenzio alle cinque del mattino ha qualcosa d’irreale. Manca il brusio di sottofondo dell’umanità in movimento. Durante la giornata non lo percepiamo; il nostro orecchio innalza la sua soglia di percezione. Ma prima dell’alba il silenzio è assordante. Eppure c’è una folla di persone al lavoro: panettieri, giornalai, netturbini, baristi, operai che si fermano a far colazione prima del turno di lavoro. E il professore. Sono riuscito a strappare un appuntamento, ma, come al solito, sono in ritardo.
“È permesso?”.
Avanti!

“Mi scusi per il ritardo professore”
Lascia perdere le scuse! Sono ormai abituato ai tuoi dieci minuti accademici. Io sono qui già da un’ora. Ho anche dovuto cazziare quel disgraziato di guardia al cancello che si era addormentato e non mi apriva. Dimmi di cosa si tratta. Stai sempre piantando grane.

“Mi dispiace farlo. Lei mi conosce. Se c’è qualcosa che non ritengo giusto, gliel’ho sempre fatto presente direttamente. Ho notato che nell’elenco dei lavori che saranno presentati al nostro congresso manca uno di quelli che ho proposto, quello sul tumore polmonare nei minatori. Vorrei sapere se le è sfuggito e cosa posso fare per rimediare”.
Non mi è affatto sfuggito. E come poteva sfuggirmi un lavoro sul tumore polmonare nei minatori? È che non possiamo pubblicare un lavoro che contraddice ciò che abbiamo sempre sostenuto. Abbiamo visto le radiografie di migliaia di minatori in quindici anni di ricerche e diagnosticato solo pochissimi tumori polmonari, meno di quanti se ne vedono in un qualsiasi studio di radiologia in un mese. Come puoi, ora, sostenere che lavorare in miniera fa aumentare il rischio di tumore polmonare?

“Vede, professore, lei ha investito un po’ di finanziamenti dell’Istituto per permettermi di frequentare corsi di epidemiologia. Ho imparato un po’ di metodi e li ho finalmente messi in pratica. Ho anche una spiegazione del fatto che aumenti di queste malattie non possono essere evidenziati con studi trasversali o screening, come quelli che noi facciamo: con questi studi, noi vediamo solo coloro che sono presenti sul posto di lavoro. Chi ha sviluppato un tumore polmonare sta male; non si presenta al lavoro e non è nel nostro reparto che viene ricoverato per avere la diagnosi ed essere curato. Dura un anno in media. Prima che l’Inail prenda in esame la sua domanda di malattia professionale è già morto. Ecco perché noi non li abbiamo mai osservati nei nostri studi sui minatori o ne vediamo pochi tra i nostri pazienti. Per questo studio, invece, ho recuperato 150 casi di tumore polmonare e 300 controlli di pazienti ricoverati negli ospedali di Cagliari per patologie non neoplastiche e non respiratorie, e ho ricostruito a ritroso la loro storia lavorativa. Come vede, coloro che hanno fatto il minatore sono tre volte più frequenti tra i casi di tumore polmonare che tra i controlli. Eppoi, si tratta di un unico studio. Non sto certamente dicendo di avere scoperto che il lavoro in miniera, silice o radon siano la causa del tumore polmonare. Del resto, sono ormai tre anni che stiamo ripulendo l’elenco dei minatori che abbiamo raccolto a Monteponi e all’archivio del Comune di Iglesias. Ci abbiamo impiegato un anno andando lì ogni mattina in quattro a copiare a mano i libri matricola. Lei ha investito un po’ di finanziamenti in questo. Dovremo pur fare alcuni studi preliminari per capire meglio cosa aspettarci e come condurre l’analisi. E dovremmo anche dimostrare che produciamo scientificamente; non possiamo organizzare un Congresso e presentare in tutto cinque lavori. In qualsiasi altra Università, qualsiasi altro Istituto organizzi un congresso presenta almeno dieci lavori, per ciascun ricercatore. È giusto sottolineare il valore della qualità della produzione scientifica, ma io sostengo che il lavoro che lei disapprova è di buona qualità. I risultati possono essere diversi da quelli che lei si sarebbe aspettato, ma questo capita in molte circostanze. Dobbiamo essere pronti ad accettare anche ciò che non ci convince, e mettere in discussione le nostre convinzioni, per quanto possano essere radicate. Questo è l’atteggiamento scientifico. Lei, prima ancora che gli altri, me lo ha insegnato.”
Va bene. Vedo che sei battagliero e convinto, ma il linguaggio che hai usato nel lavoro è eccessivamente diretto e certe frasi non possono essere accettate.

“Professore, sono qui per discutere il testo parola per parola e cambiare tutto ciò che lei ritiene sia necessario cambiare. Ma non i risultati. Li ho voltati e rivoltati decine di volte. Almeno avessero fatto lo stesso i colleghi che hanno presentato il lavoro sul rischio di diabete negli zuccherifici, e che vedo nella lista dei lavori accettati”.
Quale?

“Lo sapevo. Non lo ha neanche letto. I colleghi descrivono un aumento del rischio di diabete negli operai di uno zuccherificio e scrivono che dipende dall’inalazione di una concentrazione di polveri di saccarosio di poco inferiore a 10 mg/m3 nell’ambiente di lavoro. Ho fatto un po’ di calcoli. Ammettendo che in media ogni lavoratore inali 700-1500 ml d’aria per ogni atto respiratorio, e considerando 15-30 atti respiratori al minuto, secondo il livello di attività fisica, in otto ore potrebbero introdurre una quantità di saccarosio compresa tra 36 e 108 milligrammi. Meno di una punta di cucchiaino di zucchero! È credibile che questa quantità, inalata, attraversi la parete alveolare? Mi perdoni se le ricordo che il saccarosio è idrosolubile; quindi ha bisogno di recettori, come nella parete intestinale, per attraversare le membrane. Se poi i macrofagi lo inglobassero, i loro enzimi lisosomiali se lo digerirebbero facilmente. Il saccarosio inalato non potrebbe mai arrivare al pancreas; e se una quota ci arrivasse attraverso il muco ingerito, sarebbe così piccola....”
Già, mancu unu piricchittu...

“Professore, lei ha fatto passare questo lavoro e non il mio. Nello zuccherificio lavorano operai stagionali, che non sono selezionati prima dell’assunzione. È quasi logico che i soggetti con diabete siano più frequenti rispetto alla fabbrica che è stata considerata come gruppo di confronto non esposto. Discutiamo insieme. Correggiamo ciò che non va bene, ma per favore, non rifiuti il mio lavoro”

Sono quasi le otto. Il sole è già alto e la città ancora deserta la domenica mattina. È andata. Dopo due ore e mezza di discussioni e correzioni, l’ho convinto. Concluderò le cartelle cliniche arretrate, comprerò pane, latte e giornali. Alle nove sarò a casa. Quasi sicuramente moglie e figlia saranno ancora addormentate.

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