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Anno XI - Febbraio 2010
Etica

Prima in cattedra, poi al buio in miniera
Buggerru, Iglesias, pane, pena, dignità

Il libro di Manlio Massole “Stefanino nacque ricco” presentato a Cagliari a Manà Manà

di Grazia Villani

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Conoscere, ma anche solo leggere Manlio Massole è un’esperienza che segna. Perché, in un mondo sempre più imploso nel circolo vizioso del proprio individualismo, è un evento incontrare qualcuno che scelga un’esistenza scomoda pur di aderire ai propri ideali.
Manlio l’ha fatto, decidendolo in nome dell’uomo, della sua carnalità e del suo pianto, come egli stesso scrive nell’incipit del romanzo “Stefanino nacque ricco”, edito da Manni. La sua è stata infatti una scelta anomala, per certi versi scandalosa: abbandonare l’insegnamento a scuola per lavorare in miniera. Dalla luce al buio. Una decisione apparentemente incomprensibile, il cui mistero è racchiuso in una parola, – skip - scritta da un suo studente in un tema e riferita al lavoro del proprio padre, svolto in galleria. Skip. Parola ignota, per Manlio, insegnante in zona mineraria e amico di minatori: quattro lettere soltanto, ma sufficienti per farlo sentire inadeguato e comprendere che un intero universo, che si dispiegava attorno a lui e che credeva di conoscere, gli era in realtà oscuro.
Allora volle impararlo. Non con la curiosità dell’intellettuale, quasi da entomologo che studia gli insetti, ma dal di dentro, con estrema umiltà, minatore fra i minatori.
"Stefanino nacque ricco” è un sorta di autobiografia, che si dipana tra Buggerru, dove Manlio è nato, Fluminimaggiore, dove è cresciuto, e Iglesias, dove ha vissuto e vive. Tutti luoghi dove la miniera è stata pane e pena: tuttavia, la narrazione è lontana da quella retorica che spesso accompagna questo mondo, soprattutto se visto con gli occhi paternalistici di coloro che ne colgono solo la dimensione del dolore, dimenticando altre sue prerogative essenziali, quali la dignità, la fratellanza e il coraggio. Che niente hanno a che fare con la retorica. Massole non ama ad esempio il termine solidarietà, perlomeno come viene proposto e abusato attualmente dai mezzi di comunicazione: sottintendendo cioè una gerarchia di potere, la stessa che attribuisce alla carità ciò che spesso è solo relativo alla giustizia.
La vera fratellanza, quella che accomuna gli uguali, Manlio l’ha trovata nei cunicoli delle gallerie, dove la dinamite, ogni tanto, squarcia un uomo assieme alla montagna, l’ha assaporata nella pagnotta condivisa con i compagni, che diventa ostia spezzata in una specie di agape del cristianesimo primigenio. E, come tutti i minatori, che rischiano la vita assieme agli altri (Non chiedeteci, donne, del nostro lavoro:/noi moriamo per vivere), è entrato in miniera come IO ed è uscito NOI.
Ecco perché essere minatore non significa soltanto esercitare un mestiere, ma è uno stato d’animo, un modo di essere. È il vivere nel mezzo di un infinito cammino di lotta per la redenzione dell’uomo.
Non rassegnazione, quindi, ma battaglia per la giustizia, rivendicazione dei diritti in nome dell’uguaglianza e della dignità, per non avere più lo sguardo/ del mulo imbrigliato, ma per preparare lotte e vittorie/per bruciare tutte le pelli di mulo.
Così, quella che sembrava una rinuncia o una scelta al ribasso è diventata un’opportunità unica, una sorta di viaggio iniziatico: ad ogni livello sceso verso la profondità della terra, corrisponde dunque uno stato di maggiore consapevolezza circa il sé, i rapporti umani, le priorità dell’esistenza.
E il buio, che agli occhi profani sembra senza vita, appare pieno. Anzi, alla luce radiosa della fratellanza e della coscienza dei propri diritti, anche il buio scompare.

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