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Anno XIII - Gennaio 2012
Finanze

Austerity, Tobin Tax, capricci di leader
La crisi dell'Eurozona resta senza rimedi

La perdita della tripla A della Francia, l'Italia in serie B, le elezioni in vista a Parigi e Berlino

di Raffaela Ulgheri

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Un geniale Altan, sul primo numero del 2012 dell’Espresso ha pubblicato una vignetta simbolica, un uomo che alza le braccia e grida «Buon anno!» e un signore “pacato” che gli controbatte «Abbassi i toni». Ecco, toni bassi, sussurri anzi, è quello che ci chiede la nuova politica europea. È finita la festa, il circo ha levato le tende. Austerity è la parola d’ordine di questo 2012 molto più europeo che italiano, un 2012 senza doppio petto ma pur sempre in giacca, grigia, austera. Come ci si aspetta che sia.
Politica e mercati. Già perché a parlare di economia, oggi, non si può più prescindere dall’influenza politica, la necessità di un intervento statale sul mercato è diventata pacifica. Secondo un report diffuso da Fidelity Worldwide Investment (società privata attiva nel settore del risparmio gestito), durante il 2011 si sono verificati numerosi eventi esterni ai mercati in grado di influenzarne l’andamento» e tra tali eventi cita lo tsunami in Giappone, la “Primavera araba”. Eventi spesso giudicati a priori come assai poco probabili sono i fattori esterni che hanno fatto muovere verso il basso un mercato già provato dalla crisi finanziaria più lunga che il mondo abbia conosciuto dopo il 1929. «A questi se ne aggiungono altri di carattere più endogeno come la perdita della tripla A da parte degli Stati Uniti», la crisi del debito sovrano e il timore, ormai neppure tanto velato, che la divisa unica europea non regga alla crisi e che uno degli Stati membri sia costretto a lasciare l’Eurozona.
Mentre si analizzano i fattori che hanno trascinato i mercati europei e mondiali in un mare di incertezze, si delineano anche eventi “topici” che potrebbero influenzare le sorti di questo nebuloso 2012.
A novembre gli Stati Uniti saranno chiamati a eleggere il nuovo inquilino della Casa Bianca, la partita è apertissima dal momento che Barack Obama ha attraversato quattro anni di difficoltà, appoggi internazionali e critiche intestine, ma i repubblicani non hanno ancora trovato un candidato abbastanza forte da opporgli. Nel Vecchio Continente sarà la volta della Francia, che deve eleggere in questo caso il nuovo inquilino dell’Eliseo. Per non parlare della Russia. Da Oriente a Occidente, dunque, il risultato delle potrà avere ripercussioni sia sui mercati cosiddetti “emergenti” quali Russia e Cina (che fanno storicamente parte dei Bric, come sono conosciuti in gergo Brasile, Russia, India e Cina), sia su piazze economicamente consolidate come quelle occidentali (ma in forte perdita dall’inizio della crisi finanziaria).
L’Europa e il rischio sovrano. I governi europei, d’altro canto, non hanno ancora raggiunto una soluzione ai problemi dell’indebitamento. Secondo Dominic Rossi, direttore Investimenti Azionari di Fidelity «la crisi del debito sovrano sta probabilmente entrando nella sua fase conclusiva. Considerando gli eventi che si sono succeduti in Europa, la moneta unica ha tenuto straordinariamente bene. Il pessimismo riguardo all’Euro non è però superato e sembra destinato a raggiungere un punto critico oltre il quale si intravede già un periodo di debolezza della divisa europea». Ma sebbene una soluzione al problema del debito sovrano non sia ancora stata trovata, è pur vero che l’Italia ha già fatto numerosi progressi con la manovra “lacrime e sangue” portata avanti dal governo italiano presieduto da Mario Monti. Secondo un recente sondaggio condotto da Rbc Dexia «la maggioranza dei gestori patrimoniali italiani ha fiducia nelle capacità del nuovo governo di affrontare con risolutezza il problema del deficit del Paese ma nutrono dubbi sui piani dell’Unione europea».
Il nuovo governo, a quanto pare, sembra proiettare un discreto ottimismo sul mercato italiano. Quasi la metà degli intervistati si dice fiducioso nelle possibilità di crescita innescate dalla creazione del nuovo esecutivo. «Il clima rispetto al 2011 è cambiato notevolmente perché il governo Monti ha portato una ventata di credibilità che l’Italia stava aspettando, ma nello stesso tempo si aggrava il problema Europa: anche la Francia deve accingersi a varare un piano di austerity, dal momento che lo spread francese nelle ultime settimane ha fatto peggio di tutti, anche dell’Italia (la Francia ha perso nei giorni scorsi la tripla A assegnata dall’agenzia di rating Standard & Poor’s e i titoli francesi a 10 anni e l’equivalente Bund tedesco, dopo le voci sul declassamento si sono portati 135 punti base ndr.)». È l’amara considerazione di Carlo Gentili, amministratore delegato di Nextam Partners (società di gestione del risparmio), raggiunto telefonicamente da Sardinews.
Un lungo percorso di austerity. Ed è proprio l’austerità però, che secondo il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, renderà il 2012 anche più debole rispetto all’anno appena trascorso. Stiglitz, infatti, in una recente intervista rilasciata al settimanale “Il Mondo” ha affermato che un percorso di sola austerity (come quello che sta portando avanti l’Europa) non risolverà nulla, perché non innescherà la crescita. «È ovvio che l’unico beneficio dell’austerity non è altro che andare ad assecondare a accontentare un mercato finanziario che richiede tagli, ma dobbiamo ricordarci che la pressione fiscale non può diminuire se non diminuisce la spesa pubblica – continua Gentili –. È vero anche che oltre all’austerity bisogna fare piani di crescita credibili, ma adesso bisogna ricercare la via della semplificazione della burocrazia e delle liberalizzazioni». Senza chiuderci nelle recenti polemiche legate all’opposizione dei tassisti e dei farmacisti a una possibile liberalizzazione dei loro settori, il fronte su cui il governo attuale può muoversi è molto ampio, anche in base alle recenti segnalazioni dell’antitrust, e potrebbe coinvolgere elettricità e gas, servizi pubblici locali, poste, ferrovie, banche e assicurazioni, autostrade, carburanti, commercio e servizi professionali.
Quali prospettive per il mercato del risparmio gestito? Investitori spaventati e scomparsa del “risk-free”. Restringendo il campo agli investimenti finanziari l’eredità che ci ha lasciato l’anno appena concluso, è piuttosto pesante. «L’anno scorso si è chiuso con un saldo negativo per l’industria dei fondi. I mercati finanziari sono andati molto male ed è andato male anche il mercato bancario, trend che a mio parere continuerà anche nel 2012 – afferma Gentili –. Per il sistema bancario italiano il mercato del risparmio è sempre stato un pozzo da cui tirar fuori acqua nei momenti di difficoltà. Il cliente poco evoluto si lascia attrarre da prodotti poco limpidi e questo alimentava una catena al ribasso. Con il fondo si fa una scelta di investimento diversificato, mentre con l’acquisto esclusivo di prodotti bancari ci si richiude nel proprio perimetro».
Insomma, la scarsa evoluzione delle conoscenze finanziarie a fronte di un mercato che presentava un’offerta sempre più sofisticata ha indotto in inganno numerosi investitori. Alcuni sprovveduti, altri solo ingenui, altri ancora troppo diffidenti nei confronti di consulenti finanziari indipendenti e troppo legati alla gestione del risparmio dipendente dallo “sportello” degli istituti di credito. Ma la fiducia nei confronti di banche e buoni del tesoro è andata a scontrarsi contro un’altra distorsione che si è sviluppata nel corso del 2011: la certezza che non esistono più investimenti privi di rischio. Prima della nuova ondata di crisi, infatti, i Titoli di Stato conservavano l’aura del risk-free. Le evoluzioni del mercato e il timore della speculazione hanno abbattuto le certezze degli investitori. Secondo Andrew Wells, direttore Investimenti Obbligazionari di Fidelity «Nel mercato dei titoli di Stato il concetto di “investimento sicuro” sta evolvendo verso nuove definizioni. È aumentata, infatti, la domanda di debito pubblico emesso da Governi considerati ultra- sicuri come Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia. Questi Paesi hanno la possibilità di stampare denaro nella propria valuta nazionale e le loro obbligazioni sono, quindi, ritenute meno esposte a rischi di default».
Tobin Tax e speculazione. Ed è proprio per frenare il rischio speculativo che l’Europa è ritornata sul discorso Tobin Tax. Tassa che prende il nome dal premio Nobel per l’economia James Tobin, che la propose nel 1972 con l’obiettivo di colpire tutte le transazioni sui mercati valutari per stabilizzarli (penalizzando le speculazioni valutarie a breve termine), e contemporaneamente per procurare entrate da destinare alla comunità. La proposta, avanzata lo scorso 28 settembre dalla Commissione europea, prevede due aliquote da applicare alla negoziazione di strumenti finanziari: una dello 0,1 per cento su azioni e obbligazioni e una dello 0,01 per cento sui contratti derivati. Il fine desiderato dai governi europei è un effetto “calmieratore” sulle transazioni finanziarie nonché di ostacolo alla speculazione. «Ma l’applicazione della Tobin tax alla sola piazza europea sortirà un effetto negativo sull’industria finanziaria – osserva Gentili –, il denaro non si ferma nei singoli Paesi sia perché questa tassa non mette un freno al il riciclaggio, sia perché il denaro continua a uscire attraverso i canali legali dal mercato locale. La Tobin tax può avere un effetto solo se applicata globalmente, stiamo regalando patrimoni ai mercati che non la applicano. Nessuno può pensare che quanto successo a Grecia, Spagna e Italia non sarebbe successo se ci fosse stata la Tobin Tax. La speculazione ha periodi di tempo limitati, un mese, una settimana, qualche giorno, ma la Grecia è sull’orlo del fallimento da tre anni».

Tra i maggiori critici di questa imposta c’è il premier inglese David Cameron, ma sul fronte del sì c’è chi sostiene che la Tobin tax non ricadrebbe sugli investitori tradizionali. Secondo un’analisi di Avinash D. Persaud, Chairman e fondatore di Intelligence Capital, l’aliquota proposta dalla Commissione europea «potrebbe finire per garantire maggiore stabilità al sistema. Le vittime designate delle tasse sulle transazioni finanziarie sono i trader ad alta frequenza, contrapposti invece agli operatori tradizionali: fondi pensioni, compagnie di assicurazione e investitori individuali che cambiano il loro portafoglio con meno frequenza. È una buona notizia perché i banchieri cercheranno di trasferire la tassa sui loro clienti, ma il peso maggiore non ricadrà sui normali pensionati e risparmiatori, ma sui manager delle società di hedge fund e sui loro investitori».

Draghi: la crisi è molto grave
La Bce crei una potenza di fuoco

Parlando lunedì 16 gennaio all’Europarlamento di Strasburgo, il presidente della Bce Mario Draghi ha annunciato un ulteriore peggioramento dei rischi provocati dalla crisi economico finanziaria nell’Eurozona. Draghi ha definito la situazione “molto grave”(lo ha detto in inglese, very grave) e ha invitato i governi a passare dalle decisioni ai fatti, abbinando al rigore della disciplina di bilancio anche il rilancio della crescita e dell’occupazione. Il presidente della Bce è partito dall’ottobre scorso quando il suo predecessore Jean-Claude Trichet annunciò che la crisi in corso aveva raggiunto dimensioni sistemiche. “Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata. È molto grave e non dobbiamo nascondercelo. Negli ultimi mesi del 2011 l’incertezza sulla sostenibilità di certi debiti sovrani e sulla resistenza del sistema finanziario, abbinata a prospettive di crescita cupe, ha condotto a severe perturbazioni nel normale funzionamento dei mercati finanziari e, recentemente, dell’economia reale”. Considerando “incoraggiante” l’accordo dei capi di Stato e di governo sul patto di maggiore disciplina fiscale, Draghi ha apprezzato che il rilancio della crescita e dell’occupazione stia ora diventando “l’obiettivo principale” perché “non ci può essere rigore finanziario senza crescita e viceversa”. Ma ha ammonito i governi Ue che “le decisioni, se non diventano azioni, non sono sufficienti”.
Pur ammettendo la scarsità di credito e i problemi di ricapitalizzazione del sistema bancario, Draghi ha invitato alla “pazienza” sostenendo che l’intervento della Bce “sta funzionando”. Ha poi richiamato l’attenzione sugli “squilibri” nella liquidità e nelle esposizioni in dollari del sistema bancario. Sul declassamento dell’affidabilità del Fondo salvaStati (con le Borse che peraltro hanno snobbato le bocciature S&P) ha indicato tre conseguenze facendo intuire la sua propensione per la terza: “Diminuire i prestiti, vedere salire il costo, versare contributi addizionali”.
E i giudizi delle agenzie di rating dopo la mazzata Standard & Poor’s? “Bisogna imparare a farne a meno o a considerarle “uno dei tanti componenti delle valutazioni del credito”.
Da diverso tempo, a Berlino e a Bruxelles, Draghi – con analisi assai in linea con quelle del premier italiano Mario Monti - insiste sulla necessità che l’Europa si doti di un firewall “capace di evitare eventi a catena”, in altre parole con un muro, una potenza di fuoco sufficientemente generosa. Cioè: più contributi all’Efsf dai Paesi che ancora godono della tripla A (l’ Efsf è l’acronimo di European Financial Stability Facility, il fondo salva-stati europeo). (a.c.)

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