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Anno XI - Febbraio 2010
Giramondo

Il casermone di Grenoble
nella grandeur francese


di Andrea Atzori

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Non poteva mancare, passeggiando per l’Europa, di mettere piede su suolo francese.
Non che non fosse già capitato, forse solo meno invitante spendere parole sui nostri vicini d’oltralpe piuttosto che su Paesi che più efficacemente danno una risposta a interrogativi e problematiche riguardo cosa sia l’organizzare una società.
Forse non basta una ‘r’ moscia per fare di una nazione un mito.
Uno dei decadenti volti del vecchio continente non convince ora più di quanto possa fare la nostra penisola.
Arriviamoci proprio dalle montagne magari, per il massiccio del Vercors; ed ecco, la capitale delle Alpi.
Si rifletta sul fatto che delle sei nazioni che la catena montuosa onora, la capitale della stessa non poteva che essere francese, e probabilmente lo sarebbe stata anche senza un primato numerico di abitanti, se non altro per una certa cronica attitudine all’autocelebrazione.
Si tratta di Grenoble, gli abitanti sono centosessantamila e la regione è quella del Rodano-Alpi.
Insediamento gallico e centro romano dal 379 d.c., sorge sicuramente in una posizione invidiabile, incoronata dai giochi olimpici invernali del 1968 e dalle parole di Stendhal: “alla fine di ogni via, una montagna”.
Ed è impressionante osservare i massicci alpini svettare sopra i palazzi, in qualsiasi direzione lo sguardo si volga, senonché le vie di cui parlava, proprio nei suoi anni, si rivelavano il sacrificio paesaggistico pagato al dogma di Haussmann e alla sua linea, come per la stessa Parigi e la maggior parte delle città francesi. Un mostro chiamato funzionalismo.
E così il piccolo centro storico, i cui edifici più antichi sono comunque non antecedenti l’ottocento, rimane isolato sul corso dell’Isère, tutto sommato grazioso, e sicuramente fortunato, perché riga e squadretta avrebbero potuto destinargli la sorte di quello di Parigi.
Così assi stradali chilometriche tagliano la città, organizzando quartieri espansi e squadrati di palazzi grigi come la vita che di rimando saranno portati a vivere coloro che li abiteranno.
E Grenoble che, nonostante le montagne e per merito dei passati straripamenti del fiume Drac, vanta anche l’essere la città più pianeggiante d’Europa, onora il titolo di capitale delle Alpi mostrandosi una distesa di palazzoni a perdita d’occhio.
Ma certo, basta il quantitativo per accaparrarsi altisonanti epiteti, mai il qualitativo; altrimenti oltre al denaro servirebbero cervelli. E i secondi fanno notoriamente diminuire il primo.
Però la città è all’avanguardia per le sue facoltà scientifiche e i suoi laboratori; inoltre è considerata, per via della pendenza assente, la città più vivibile per i disabili.
E questo dovrebbe addolcire gli animi delle persone per bene, e distoglierli dall’evidente discrepanza tra città e ambiente in cui sorge, tra montagne e palazzi.
Badate all’architettura, sempre, perché organizza lo spazio degli uomini, ergo il loro vivere.
E quando questo si discosta dal genius loci, allora ecco i drammi delle genti, e i nodi dei governi.
E la Francia, con l’architettura che essa ha storicamente sposato, mostra la vera faccia della propria tanto declamata società cosmopolita, dalla rivoluzione francese sino all’immigrazione dalle colonie africane: semplicemente problemi di masse da gestire, nel modo più brusco e funzionale possibile.
E se la facoltà di architettura di Grenoble è un casermone brutalista non è grave, perché dentro vi studia chi può capirlo e apprezzarlo, ma se lo è un quartiere popolare destinato a immigrati, presto lo si vedrà divenire ghetto.
E poi governi e media si riempiono la bocca con il problema dell’integrazione quando il moderno terzo stato insorge e brucia centinaia di macchine, quando la società è a compartimenti stagni le cui paratie sono i lacrimogeni (Parigi, 2005).
Come se tutto non fosse già scritto dal momento in cui il potere decisionale se ne infischia dell’intelligenza, o dal momento in cui chi fa dell’intelligenza la sua materia lavora di mero intelletto come se l’applicazione non cambiasse le vite delle persone, e creasse quel mostro chiamato Storia.
Badate all’architettura. Badate anche alle lingue, che sono architettura del pensiero.
E scrivendo ora su un ordinateur, si può pensare che una lingua che traduce un termine quale computer nel 2010, e che storce il naso se uno straniero non lo pronuncia tale, e, anzi, stenta quasi a capire, denota dei tratti molto definiti del popolo che la configura.
E in Italia se non si parla inglese, lo si fa per ben più innocua ignoranza che per ignorante orgoglio.
I tempi cambiano, è un problema dei vecchi il rendersene conto con serenità, ma se questi non lo fanno, possono risultare caricaturali, se non pericolosi.
Ed è da Trafalgar che forse qualcuno avrebbe dovuto prendere atto di diverse cose.
E riflettendo con gli studenti Erasmus della facoltà di architettura di Grenoble, italiani e non, la considerazione è che, pur priva di infrastrutture, sovraffollata, senza fondi né sbocchi, è preferibile un’università che ha ancora libri nelle biblioteche e il credo di fornire una coscienza umanistica del sapere, piuttosto che laureati con test a crocette pronti a costruire case.
Perché la cultura ciba e legittima la capacità critica e autocritica, fin troppa, in Italia, ma sempre comunque migliore di ogni vanagloria.
Meglio essere e non mostrare, che mostrare ciò che non si è.
Dalla fortezza della Batie si guarda dunque Grenoble dall’alto, e questi sono gli schizzi del ritratto di Francia, sperando che i passi verso Lione li possano invalidare.
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