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Anno XI - Gennaio 2010
I tormenti del Pd

La febbre del fare, le rigidità, l’onnipotenza
E le “commistioni” perverse politica-affari

Vivaci dibattiti in Sardegna intorno al libro Cuec di Massimo Dadea

di Isella Mangiafuoco


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Spesso, di fronte a un evento naturale catastrofico (mi viene in mente il terremoto dell’Abruzzo, l’unico di questo tipo, finora, che ho vissuto da vicino, con reale partecipazione e dolore) che cancella in poche ore le vite e la storia di una intera comunità, ci si ritrova a interrogarsi sul significato e il valore della parola speranza.
Allo stesso modo, talvolta, questo sentimento così importante per gli uomini di tutti i tempi e le latitudini, viene chiamato in ballo quando un politico che ha investito tutte le sue energie in un progetto di cambiamento, dedicandogli passione, impegno e incarnando il sentire di molti, magari della maggioranza, nel momento cruciale della svolta, cade.
Cosa resta dopo? Della speranza in un mondo diverso, fatto di regole nuove? E la speranza cancellata, rasa al suolo, come le case dell’Aquila, lascia qualcosa dietro di sé oltre alle macerie? Solo il ricordo sbiadito di qualcosa in cui quell’uomo e tanti altri avevano creduto con una fede quasi religiosa? Oppure un seme da cui far germogliare un virgulto?
Credo che sia proprio la speranza (nel momento della sua nascita, dissoluzione ma anche con quel che resta) una delle più importanti protagoniste del primo (chi può sapere se sarà il solo) libro che Massimo Dadea, cardiologo nuorese, ha scritto in qualità di assessore agli Affari Generali della giunta guidata da Renato Soru, nel periodo compreso tra il 2004 e il febbraio 2009.
Non a caso La febbre del fare, edito da Cuec, recita nel sottotitolo: i sette giorni che cancellarono la speranza. La speranza è anche il titoletto di uno dei capitoli del libro.
La settimana in questione è quella delle primarie del 2007, dal cui esito (con la dura contrapposizione fra il governatore Soru e Antonello Cabras per la conquista della leadership del partito democratico in Sardegna) secondo l’autore del libro, è dipesa la fine del governo di centrosinistra nell’isola.
La speranza di cui scrive Dadea era quella di realizzare fino in fondo il progetto fortemente innovatore e riformatore, avviato da Renato Soru e dalla sua giunta. Ma non basta. Quella speranza, fin da subito, si intreccia indissolubilmente, con una differente, legata ad accadimenti personali dell’autore: ottenere una sentenza favorevole da un tribunale dei minori bielorusso e avere finalmente vicini i figli Serghei e Vania.
Quale di queste due speranze, abbia bruciato di più, proprio come una febbre, sulla fronte e nel petto di Massimo Dadea nei cinque (quasi) anni di legislatura, è difficile a dirsi, perché nel libro, i due aspetti sono così intrecciati da diventare un tutt’uno, pelle e anima di me stesso, scrive l’autore.
Tra le pagine il lettore può trovare fatti narrati, ricordi che sono punti di partenza, di passaggio o di arrivo di un percorso disseminato di prove da superare e di scelte determinanti per il futuro non dell’assessore Dadea, o almeno non solo, ma della collettività intera.
Ecco un altro elemento caratterizzante nel racconto, che deriva da un suo personale convincimento. Aldilà dell’autocritica, dei mea culpa, delle riflessioni appuntate nero su bianco su un ipotetico cahier des doleances, degli errori commessi dal governo in questione, ciò che è stato fatto era per i sardi, per la Sardegna intera. Scontato? No, non almeno in un panorama nazionale devastato dalla politica ad personam, dove è l’oligarchia dei potentati a dettare le regole e indirizzare l’operato di chi governa.
Credo che la portata e il valore di un simile riconoscimento possa bastare al governatore Soru per passare sopra, in qualità di lettore (magari facendo ricorso al suo fine umorismo), all’elenco di alcuni suoi difettucci, stilato dall’assessore alle riforme (oggi tornato alla sua attività di medico cardiologo, quindi al riparo ormai da ogni possibile reazione inconsulta) in un vero e proprio ritratto.
Si tratta di non molte righe, concentrate in poche pagine che delineano la figura di un uomo spigoloso, complesso, con il quale, per l’assessore Dadea, non è stato certo facile entrare in sintonia. Il rapporto con Renato Soru, corre parallelo e si interseca con il progetto politico, come se l’uno non potesse fare a meno dell’altro.
Ma come era prevedibile, un progetto così ambizioso, che voleva conquistare la parte più sensibile e attiva della società (i giovani, la loro forza, l’ardire dei loro sogni...), capace di osare, di sperare, di credere, che spianava la strada ad una distruzione-creativa (bella questa definizione di Dadea, che ricorre ad una figura retorica cara ai poeti, da Leopardi a Ungaretti, capace di sottolineare molto bene il carattere antinomico di ogni azione creativa) non poteva non disturbare, non poteva non innescare una lotta senza esclusione di colpi, che si è combattuta all’interno soprattutto, e non fuori dal centrosinistra.
Il racconto è un nastro che va avanti e indietro, dove trova posto la critica rivolta ora all’autoreferenzialità dell’intellighenzia isolana, ora al mondo dell’informazione, colpevole di un silenzio sull’operato della giunta troppe volte diventato assordante, ora ai sindacati, inseriti, ormai, pure loro, a pieno titolo, nei gangli del potere.
Chi realizzerà la svolta?. Nessuno, nemmeno l’assessore alle riforme lo sa, ma chiunque sarà, per Dadea dovrà fare i conti con il processo di cambiamento iniziato dal governo regionale presieduto da Renato Soru.
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