Tra paura e speranza. Il futuro dell’industria in Sardegna continua a essere legato a un filo, che sembra potersi spezzare ogni volta, ma che continua a reggere, spinto soprattutto dalla forza della disperazione di migliaia di lavoratori che, come dimostrato nello scioperano generale del 5 febbraio, hanno intenzione di lottare fino alla fine.
L’Alcoa di Portovesme è diventata la vertenza simbolo, l’immaginario Piave da difendere a tutti i costi, perso il quale si precipiterebbe nel baratro, non solamente il Sulcis ma la Sardegna intera.
Rimane la sensazione di una classe politica, sindacale e imprenditoriale che cerca di tappare con le dita le falle di una diga che cede, incapace o impossibilitata a trovare le famose soluzioni strutturali, che permettano di pensare ad uno sviluppo economico per la nostra Regione. Uno sviluppo che non deve essere quello tradizionale ma innovativo. Ma quando mai il Consiglio regionale si è posto la domanda di quali produzioni la Sardegna si debba occupare? Qual è il ruolo della nuova industria? Assordante silenzio di tomba. Per pigrizia. Ma anche per incapacità di analisi.
Alcoa, trattativa infinita
Passa da Bruxelles il destino dello stabilimento di Portovesme, e del suo fratello minore di Fusina in Veneto. Se la Commissione Europea dovesse dare parere favorevole al decreto sul taglio delle tariffe energetiche predisposto dal Governo, non considerandolo quindi “aiuto di Stato”, il gigante americano dell’alluminio potrebbe ripensarci e rimanere in Italia. Anche perché il Governo Berlusconi, grazie al lavoro del sottosegretario Gianni Letta, ha predisposto un piano con Terna e Autorità per l’Energia, che offre di per sé garanzie all’Alcoa, anche a prescindere dalle decisioni di Bruxelles. “E’ presto per dire che abbiamo vinto, ma nei confronti dell’Ue possiamo guardare con più fiducia”, ha detto Gianni Letta all’uscita del tavolo sulla crisi Alcoa dell’11 febbraio.
Le decisioni sono state rimandate al 22 dello stesso mese, ma uno spiraglio si è aperto e si guarda con maggiore fiducia al destino della fabbrica di Portovesme. “Auspico che la posizione espressa dalla multinazionale indichi un diverso atteggiamento rispetto a quello visto nelle scorse settimane, ha detto all’uscita dal vertice il Presidente della Regione, Ugo Cappellacci, in riferimento al comportamento ostile tenuto dagli americani fino a quel momento: “Continueremo a lavorare di pari passo con il Governo e a sensibilizzare i competenti organi dell’Unione Europea”.
I Sindacati restano invece guardinghi e poco si fidano, come i lavoratori del resto, delle promesse di Alcoa. Si parla apertamente di possibili alternative alla multinazionale americana, con una soluzione, per così dire in famiglia. Ci sarebbe infatti la Glencore, società svizzera proprietaria della Portovesme Srl, che potrebbe subentrare nella guida degli stabilimenti e sarebbe gradita alle sigle sindacali.
Un’industria in continua emergenza
Il nodo resta sempre quello dell’Energia, per Alcoa come per Eurallumina, come per tutte le industrie energivore sarde. In Italia l’energia costa di più che nel resto d’Europa, in Sardegna di più che nel resto d’Italia. La produzione di alluminio richiede un consumo elevatissimo di energia, il cui costo incide per più di un terzo nei costi totali di aziende come Alcoa. Senza garanzie sul taglio dei costi, l’Alcoa lascia l’Italia e va a produrre dove gli conviene di più. A questa dinamica la politica, nazionale e regionale, non ha saputo rispondere per tempo. “E’ mancata la velocità di reazione, anche da parte delle imprese che non hanno voluto investire sugli asset energetici, spiega a Sardinews il senatore del Pd Francesco Sanna, che è stato capo della segreteria tecnica di Enrico Letta, quando era ministro dell’Industria.
“Si è interrotto un processo di innovazione, avviato tra il 1998 e il 2000, che avrebbe permesso di investire sulle nuove tecnologie, aggredendo il problema delle tariffe energetiche. Noi in Sardegna abbiamo una risorsa inutilizzata come il carbone, che potrebbe rappresentare la risposta al problema. Il punto è che tutte le energie sono ormai impegnate per contenere l’emergenza e non rimane spazio per immaginare nuovi processi di sviluppo. Noi ora abbiamo la possibilità di produrre carbone ad emissioni zero, ma l’Enel non investe in Sardegna nonostante i giacimenti”.
“Sulla crisi attuale pesano però anche scelte più recenti, come la mancata reazione alla decisione di chiudere di fatto lo stabilimento dell’Eurallumina. Non poteva essere una telefonata di Berlusconi a Putin a risolvere la situazione, perché se il presidente russo deve scegliere se chiudere in Sardegna o in Russia, è ovvio che scelga la prima ipotesi”.
Sulla reazione politica il senatore Sanna è però critico anche nei confronti della Giunta Cappellacci “Indubbiamente ci troviamo davanti ad una crisi mondiale e le armi in mano alla classe politica regionale sono spuntate. Qui però siamo davanti ad una Giunta che non è assolutamente all’altezza dei compiti cui è chiamata. Non si è mai vista una delega continua all’assessorato alla programmazione, quasi fosse l’unica fonte di competenza tecnica. La guida dell’Industria non esiste, praticamente da quando si è insediato Cappellacci e questo è francamente inaccettabile”.