Sostiene
Francesco Birocchi, presidente dell’Associazione della stampa sarda, che quella tra il banchiere-editore di Sardegna 1,
Giorgio Mazzella, e il sindacato dei giornalisti è molto più di una vertenza qualunque, con un’azienda editoriale qualsiasi. “Il braccio di ferro sulla rete – avverte Birocchi – va ben oltre la questione dei quattro licenziamenti comunicati da Mazzella alla vigilia dell’Epifania. Ormai è in gioco la sopravvivenza nella nostra Isola di quello che chiamiamo pluralismo dell’informazione: perché se Sardegna 1 dovesse essere ulteriormente indebolita o, peggio, costretta a chiudere i battenti da un giorno all’altro, noi non perderemmo solo dei posti di lavoro, ma la possibilità di avere almeno due emittenti televisive di peso, due voci capaci di raccontare e spiegare all’opinione pubblica i fatti della politica, dell’economia, della cronaca”.
Quando si parla della vertenza Sardegna 1, dunque, non si guarda solo alle sorti dei quattro giornalisti –
Gianni Zanata, Piersandro Pillonca, Giuseppe Giuliani e
Andrea Sanjust – i cui licenziamenti sono stati decisi e, con l’incalzare delle proteste, rapidamente sospesi. Sul tavolo delle trattative, più in generale, c’è il futuro dell’informazione sarda: un palcoscenico ristretto, asfittico, su cui la rete cagliaritana già da tempo ha smesso di recitare da protagonista. “I costi sono troppi, l’avvento del digitale terrestre e la crisi mondiale ci hanno messo in ginocchio”, si è lamentato Mazzella negli ultimi anni, giustificando con le perdite di bilancio il graduale smantellamento dell’emittente. “Solo dal 2010 abbiamo perso un milione di euro, o si cambia o presto dovremo portare i libri in tribunale”, ha risposto più di recente l’editore a chi ha bollato come inaccettabili le lettere di licenziamento arrivate con il 2012. Solo che, a forza di tagliare, Sardegna 1 si è cacciata in un circolo vizioso da cui è ormai molto difficile uscire e la società civile sarda non ne ha certo guadagnato.
Anche ai tempi dei fondatori
Paolo Ragazzo (medico, titolare di cliniche private) e
Sandro Angioni (direttore), in realtà, non sempre dalle parti di via Venturi riuscivano a far quadrare i conti. Allora, però, la rete era forte e ben presente nelle case dei sardi, con un telegiornale ricco e autorevole, tante rubriche sportive e alcuni programmi di grande successo. Negli ultimi anni, invece, come conferma chi lavora all’interno dell’emittente, con il chiodo fisso del contenimento dei costi, si è finito per svuotare l’intero palinsesto: i dipendenti sono calati da quaranta a trenta, il tg è stato ridimensionato e privato dell’apporto dei collaboratori esterni (circa una decina), i programmi sportivi (che un tempo erano uno dei fiori all’occhiello della rete) sono spariti e alcune rubriche molto seguite (“Ma però”, “Buonasera Sardegna”) per varie ragioni sono finite nel dimenticatoio.
La strategia dei tagli lineari, però, non ha portato i risultati sperati e così l’editore, che pure nell’ultimo anno e mezzo ha percepito oltre 650 mila euro dalla Regione per la comunicazione istituzionale, ha deciso di mettere nuovamente mano alle forbici, mandando a casa quattro giornalisti, due dei quali – Piersandro Pillonca e Giuseppe Giuliani – membri del comitato di redazione. Una scelta non proprio a sorpresa, che ha subito scatenato la dura reazione della Federazione nazionale della stampa (con l’intervento del segretario nazionale
Franco Siddi), della Cgil sarda col leader
Enzo Costa, di molti colleghi e di alcuni esponenti politici (dal segretario regionale del Pd
Silvio Lai, al deputato del Pdl
Bruno Murgia passando per i consiglieri regionali
Claudia Zuncheddu del gruppo Misto e
Luciano Uras di Sel). “I licenziamenti voluti da Mazzella sono ritorsivi e ingiustificabili”, ha tuonato Siddi. “Quello della Fnsi è un velenoso attacco personale, che non tiene conto della mia disponibilità a percorrere tutte le strade alternative alla scelta dolorosa dei licenziamenti”, ha replicato l’editore, che pure, con la minaccia di uno sciopero generale dei dipendenti dell’emittente, ha sospeso i licenziamenti e si è detto disponibile a trattare.
Ora, per uscire dall’emergenza, i giornalisti propongono la via dei contratti di solidarietà, in base ai quali tutti percepiscono meno, ma nessuno viene mandato a casa. Mazzella, invece, prima ha proposto un accordo basato su stipendi più bassi ed eventuali premi di produttività, poi ha virato verso gli ammortizzatori sociali e infine ha ventilato l’ipotesi di trasferire due, tre o forse quattro redattori in nuove sedi da aprire in altri centri dell’Isola, magari Sassari e Olbia. Il sindacato e l’editore si sono visti più volte, ma i primi incontri non sono bastati a raggiungere un accordo. Il fatto è che, anche qualora lo trovassero, comunque resterebbe il problema di fondo, legato al ruolo sempre più marginale di Sardegna 1 nel panorama dei media sardi. È anche per questo che la Fnsi è determinata a non lasciare soli i colleghi della seconda tv dell’Isola: perché in ballo, oltre alle buste paga, c’è la difesa della libertà di stampa, che esiste quando i diversi mezzi d’informazione appartengono a più soggetti in competizione tra loro, e la certezza del diritto, che impone il rispetto delle leggi e dei contratti. “Se invece passa il messaggio per cui ogni editore può fare come gli pare – dicono in coro giornalisti e sindacati – è davvero la fine per tutti, non solo per Sardegna 1”.