Home
Anno XIII - Gennaio 2012
La parola all’esperto

Contrattazione decentralizzata
e nuove relazioni industriali. Che fare?

di Renato Chiesa

dgfbrst
In questi mesi drammatici per la nostra economia e per la stessa politica, si è oramai fatta largo una opinione condivisa: l’Italia deve ritrovare la strada della crescita economica, abbandonando quel livello di “crescita zero” che tanto allarma gli economisti. E poiché stagnazione e recessione sono considerate il frutto di un’insufficiente dinamica della produttività, i rimedi vengono individuati soprattutto nelle cosiddette “liberalizzazioni”, nella riforma del diritto sindacale e del lavoro e nella riforma della giustizia (specie quella civile).
Si tratta, in sostanza, di quanto richiesto quest’estate al Governo Italiano da Trichet (allora presidente della Banca Centrale Europea) e Draghi (allora Governatore della Banca d’Italia) con la famigerata “lettera della BCE”, perentoria nella richiesta di radicali cambiamenti. Si legge testualmente in tale lettera: “a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali; b) C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione; c) dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi”.
Esaminata quest’ultima problematica (con particolare riferimento all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori) nel numero di novembre 2011 di questa rivista, può essere interessante soffermarsi sul capo “b)” della lettera della BCE, ovverosia sul sistema di contrattazione salariale collettiva.
L’obiettivo di rinnovare l’attuale sistema contrattuale, con la ricerca di un bilanciamento di equilibri tra contrattazione nazionale e decentrata, può essere un’occasione importante per ridare coerenza ed efficacia al sistema. L’attuale insistenza sul ruolo centrale affidato al contratto nazionale è all’origine di disfunzioni che ne rendono sempre più difficili i rinnovi; con le lenti dell’ideologismo qualcuno non si accorge che il contratto decentrato è più vicino ai lavoratori e alle esigenze di quest’ultimi.
I dati recentemente pubblicati da Eurofond, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, mostrano la necessità di abbracciare un nuovo percorso per affrontare la crisi globale dei mercati: lo spostamento della contrattazione dal livello nazionale settoriale a quello aziendale. L’orientamento predominante a livello europeo, infatti, è che al fine di attuare un’efficace strategia per l’occupazione è necessaria anche una profonda riforma degli assetti istituzionali che regolamentano il mercato del lavoro, decentrando il disegno e l’attuazione delle politiche del lavoro ad un livello di governance sub-nazionale (regioni, province, comuni). Il tutto per raggiungere la coesione tra i Paesi che compongono l’Unione Europea attraverso la logica delle politiche di sviluppo locale e della partecipazione diretta dei soggetti sociali interessati.
Il “modello europeo” è stato per molto tempo caratterizzato da una contrattazione centralizzata (legata strettamente a un sistema di relazioni industriali centralizzato) all’interno della quale i sindacati e le associazioni degli imprenditori riuscivano ad attenuare l’insorgere di conflitti scambiando norme a protezione dei lavoratori occupati con moderazione e compressione dei differenziali salariali. In questi ultimi anni, però, la riorganizzazione produttiva è passata attraverso il modello della “decentralizzazione”, che mal si concilia con regole del tipo “uguale salario a uguale mansione”; risulta, al contrario, più utile gestire il mercato del lavoro “interno” all’impresa, in maniera tale da migliorare lo stato delle relazioni industriali in azienda.
In quest’ottica, l’orientamento predominante in sede europea è di puntare a rendere più flessibili i salari per permettere alla imprese di attrarre, e soprattutto trattenere, i lavoratori più qualificati; conseguentemente, la contrattazione deve necessariamente puntare a essere più decentralizzata, e il decentramento della contrattazione non può essere disgiunto da un diverso assetto delle relazioni industriali, anch’esso su base decentrata e volto a far si che il sistema di garanzie a protezione dell’occupazione si adatti alle necessità proprie dei vari mercati del lavoro locali. E va in questo senso l’art. 8 del Decreto Legge 138/2011, “Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità”, che consente specifiche intese volte a maggiore occupazione e a incrementi di competitività e di salario.
Copyright 2000 © Sardinews online - All rights reserved