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Anno XI - Gennaio 2010
Le interviste

Le piccole imprese in Sardegna
sono state più flessibili davanti alla crisi

Parla Italo Senes, bilancio di due anni da presidente regionale dell’Api

di Raffaela Ulgheri

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“Quello che di impressionante è avvenuto nel 2009 è stato il passaggio attraverso una crisi finanziaria mai conosciuta. Visti i modesti segnali di ripresa delle piccole e medie imprese, percepiti nell’ultimo quadrimestre, la nostra speranza è che si sia già toccato il fondo». Una visione pessimistica quindi? «Niente affatto, è una visione realistica che implica un’esortazione a un lavoro concreto da parte della politica regionale e nazionale perché vengano messi in moto processi di ripresa davanti a una situazione che è diventata, giorno dopo giorno, sempre più insostenibile”.
Italo Senes, 65 anni, nella foto, presidente dal gennaio 2008 dell’Apisarda, associazione che riunisce più di duemila piccole e medie industrie e microimprese della Sardegna, riassume in poche parole lo shock economico dei lavoratori sardi dell’industria. «Non ci stancheremo di ripetere quanto le politiche che noi auspichiamo siano rivolte soprattutto alla riduzione della pressione fiscale e agli incentivi nella facilitazione dell’accesso al credito».

Ma la situazione attuale lega l’erogazione del credito a Basilea 2, la soluzione mutualistica di Sardafidi non risolve in parte il problema?
« Il discorso sui rating di Basilea 2 viene costruito a uso e consumo del sistema bancario. Se nel paniere su cui si basa l’attribuzione del rating delle aziende rientrasse anche l’analisi storica delle società questo si risolverebbe a favore del merito creditizio dell’azienda stessa.
Soprattutto in Sardegna sentiamo il peso della sottocapitalizzazione delle piccole e medie imprese che hanno bisogno di vedersi riconosciuta una linea non solo basata sull’analisi dei numeri ma pure sulla conoscenza del soggetto. Non vogliamo che i rischi che le banche non sono più disposte a correre vengano scaricati sui Confidi. Molti problemi li hanno creati le banche stesse e, purtroppo, anche le grandi concentrazioni industriali a cui è stato dato e viene concesso maggiore credito».

Si riferisce alla situazione di Porto Torres?
«Noi non possiamo continuare a seguire linee di sviluppo che ci vengono calate dall’alto, abbiamo dato troppo e adesso chiediamo che venga affrontato il problema delle dismissioni. Senza disconoscere meriti e problemi delle aziende i nostri obiettivi di sviluppo non possono essere oscurati dal sostegno a oltranza ai 1500 lavoratori di Enichem. I contratti di programma destinati alla grande industria potrebbero essere destinati alle linee di sviluppo che possono partire dalla Sardegna: turismo e agroindustria. In questo modo i posti di lavoro persi nella grande industria si potrebbero riconvertire. Particolare attenzione va prestata, poi, al tema delle bonifiche, perché abbiamo diritto di riappropriarci di quanto perso dal punto di vista ambientale».

E in questo quanto conta il lavoro dei politici?
“Sono loro ad avere in mano le leve del potere, noi possiamo solo proporre. Ritornando al discorso fiscale, noi vogliamo essere riconosciuti come zona franca per almeno una decina di anni. Questa non è una richiesta fuori dalle righe ma un diritto che ci è dovuto rispetto ai problemi dell’insularità che ci danno costi maggiori sull’import export e sull’energia. Noi dobbiamo avere la possibilità di partire alla pari”.

Ma nella finanziaria 2010 c’è un provvedimento particolarmente mirato alle Pmi, il credito d’imposta per le aziende che hanno fino a 15 dipendenti, quanto può influire sul vostro assetto finanziario?
“In questo caso, i buoni propositi ci sono, ma vanno messi in atto. Quanto stabilito dalla finanziaria per il 2010, insieme allo stanziamento del microcredito (soprattutto per l’imprenditoria femminile) di 30 milioni di euro (di fondi Ue) come Api sarda abbiamo chiesto che venisse elevato alle aziende che contano fino a 20 dipendenti, ma ci è stato detto dalla regione che in quel caso l’impresa potrebbe accedere agli ammortizzatori sociali”.

Dal punto di vista occupazionale quanto ha sofferto la Pmi?
“L’emorragia di posti di lavoro si è avuta soprattutto nelle aziende più strutturate, quelle con più di 30 dipendenti. Le aziende piccole sono anche le più snelle e si sono adattate di più alla crisi, soprattutto con la formula dell’autofinanziamento, ricorrendo, nell’atto produttivo all’utilizzo di risorse messe da parte negli anni scorsi”.

L’anno scorso abbiamo parlato di una misura caldeggiata da Apisarda, ovvero la soft economy. Secondo voi è ancora tempo per parlare di industria alternativa?
“I margini ci sono e sono anche molti. Noi, come Apisarda, puntavamo a quello che abbiamo definito “Distretto della creatività” e abbiamo favorito alla Camera di Commercio il perseguimento di professionalità da noi prima sconosciute, parlo, per esempio, di corsi destinati al mondo del cinema. In quest’ottica il discorso si può ancora sostenere perché in Sardegna, quando si parla di deindustrializzazione, si parla dello smantellamento dell’industria pesante ma non si rivolge lo sguardo dall’altra parte, tornando al discorso iniziale: noi siamo gli ultimi in Italia per quanto riguarda il discorso brevetti”.

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