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Anno XIII - Gennaio 2012
Nessun canta

Prima i poeti che gareggiavano nelle aie
Gianfranco Cappai tra amore e amicizia

Avanguardie e neoavanguardia nella nuova raccolta del poeta-impiegato Enel di Sinnai

di Giulio Angioni

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Chissà quando e come Gianfranco Cappai si è scoperto poeta. La domanda per me ha un senso, che poi cercherò di riprendere. Si potrebbe forse persino segnare una sorta di terminus a quo della sua autocoscienza poetica: quel maggio del 1971, a Udine nella Caserma Berghinz, dove sotto una pianta muore senza nessuna ragione l’artigliere Morbi, come dice in queste pagine la nota in calce a La canzone del soldato sull’erba verde, la più lunga di spazio e forse anche di tempo di tutta questa raccolta: terminus a quo ribadito nella nota in calce a un antico e suggellato Amore in una busta (Udine, Primavera 1971). È verosimile che anche Cappai Gianfranco, nato a Sinnai il 3 luglio del 1947, quel giorno in quel luogo fosse anche lui artigliere di leva. Certo pare che abbia fatto ricorso, subito allora, al sempiterno espediente dell’epicedio per elaborare un lutto troppo enigmatico.
Ma è lui stesso che, ormai cinquattottenne impiegato dell’Enel, ce lo dice in modo chiaro, sebbene intrigante. Alla sua seconda raccolta di poesie, Gatteide (Aipsa 2005, dove lo stesso anno pubblica anche la sua prima raccolta Tracce sulla sabbia, dopo le sue prime antologizzate in “Orizzonti” a Ragusa nel 2002), Gianfranco Cappai detta o ispira il testo del risvolto della prima di copertina dove si testimonia “la sua passione di sempre, la composizione poetica”.
Gianfranco Cappai, che dichiara questa sua passione di sempre a chi apra un suo libro di poesie, penso che voglia dire e comunque dica diverse cose esplicite e implicite. Rispetto a ciò che si dice ancora poesia, Cappai deve certo aver fatto e continuare a fare i suoi conti con almeno due esperienze, problematiche anche perché per lui conviventi e differenti. Un sessantaquattrenne di oggi con maturità classica e una vita di impiegato, sardo di paese, ha esperienza di due modi diversi di intendere e di vivere le forme di arte della parola che diciamo poesia, più o meno polisemicamente. Nella sua Sinnai della metà del Novecento, il nostro poeta ha fatto in tempo a vivere “la poesia” come una competenza e un gusto esercitati da tutti nella comunità tradizionale, che metteva certo in valore le eccellenze individuali, per esempio nelle gare poetiche di improvvisazione orale pubblica e festiva, ma non aveva ( e ancora non ha, ma quanto e per quanto tempo?) quella concezione e quella pratica specialistica del poetare come cosa autonoma e riservata a capacità solo eccezionali, come si fa in Occidente da un paio di secoli: concezione e pratica elaborata in particolare nell’ambito del poetare e da ultimo in quella che si dice genericamente avanguardia con le sue forme estreme di sperimentalismo e di specializzazione. Mentre a Sinnai, in un certo senso non trascurabile, si è (o si era) tutti poeti perché chi nasce(va) a Sinnai nasce(va) poeta. Cappai ha sentito poetare i suoi parenti e paesani durante i lavori sull’aia, dell’ultimo covone e della tosatura, a un banchetto di nozze e a un cumbidu di battesimo, a carnevale e sul palco della gara d’improvvisazione di Santa Barbara e di altre feste sacre o profane. La dichiarazione di Cappai sulla composizione poetica come sua “passione di sempre”, collocata in un contesto socio-culturale complicato e in mutazione come quello del secondo Novecento, specie se sardo, acquista un’importanza che qui va segnalata.
Lascio questa annotazione di estetica antropologica o sociologica alla considerazione di chi abbia o non abbia fatto esperienze di vita “tradizionale” come quelle di un sardo sinnaese del secondo Novecento, che non solo sui banchi del liceo si è impregnato di cose poetiche e di altre cose estetiche più o meno diverse e anche estranee e divergenti rispetto alla sua esperienza di vita di paese, in un ambiente dove ciò che si dice arte non è separato e separabile dalla non arte quanto pretende il senso comune colto occidentale degli ultimi secoli. E io vedo il poeta Cappai impegnato in una qualche sua scelta evolutiva che fa i conti con almeno queste due esperienze e dimensioni dell’estetica, più in particolare dell’estetica della parola, e più in particolare ancora della parola poetica. Ma vedo anche il poeta Cappai legittimare e spiegare la “pretesa” del suo poetare come “passione di sempre” anche perché non può e non deve svestirsi del tutto dei panni del sinnaese che in quanto sinnaese sa(peva) poetare alla maniera locale in situazioni private e semiprivate, quotidiane e festive, se non anche pubbliche, magari di improvvisazione in gara.
Gianfranco Cappai è, comunque, poeta, sia alla maniera tradizionale di queste nostre parti che non nega a nessuno la dimensione poetica o più in generale artistica, sia alla maniera del senso comune moderno occidentale per cui i poeti sono un’eccezione rara alla regola di una normalità prosaica. I testi qui raccolti appaiono frutti coerenti e diversi di una maturazione evolutiva che portano Cappai al poetare per iscritto in italiano nei modi e con la sensibilità che va sotto le insegne dei vari –ismi euroamericani, di avanguardie e neoavanguardie, e magari anche in conseguenza della rottura, nel poetare in Italia, provocata dal Gruppo 63. Il titolo di questa raccolta e del suo primo componimento rimandano alla Oda a Dalì di García Lorca, istituendo, in una sorta di ampio esergo, una mise en abîme di rimandi testuali e fattuali, che, come in ogni raccolta coerente, continua fino alla fine e a non finire. Infatti Es primero el amor y la amistad è anche una specie di dedica all’amico Fulvio Fo, sardizzato fratello di Dario e da poco scomparso, e pure ad Alessandro figlio di Fulvio, quasi esecutori di un testamento-confessione: Si accartocciava la parola, Fulvio/e un grido/era la tua ricerca di sentenze:/Alessandro e anche tu/siatemi confessori!
Non credo sia a caso che qui venga fatta propria quella lorchiana giovanile dichiarazione di credo poetico che mette, in versi, nella vita al primo posto l’amore e l’amicizia, e poi semmai la poesia. Il secondo testo (Alburnus Alborella) dice ancora del poetare e delle sue occasioni, e ancora il terzo, del cantare in danza di parola di un’artista appena scomparsa prematuramente, di quella specie ubiqua e sempiterna il cui ultimo avatar è oggi da noi il cantautore, qui nei panni della cantautrice plurale euroamericana Lhasa de Sela, che ricompare subito dopo nel quarto brano, il cui titolo (Bajo el cielo a la frontera) si rifà a una canzone (già ispano-medievale) di lei che qui si commemora nell’immagine dell’allodola che canta un solo mattino.
Il tema del raccogliere canzoni/per poterle fissare/ sopra di un rigo ove stiano adagiate torna ancora e ancora, ma non tanto quanto quello dell’amore e della morte dei nostri, magari arrampicandosi sullo scherzo, quando es ist vollbracht, quando niente li rende più vicini… e non gli si può più offrire neanche i fichi, che Gianfranco ama regalare, quando è il tempo dei fichi, che a Sinnai è lungo, negli ampi spazi del suo grande territorio, dal mare ai monti e valli e piani, dove la distanza/ precipita fra rocce frastornanti/ fruga anfratti indistinti, sempre termine fisso di ogni andare e tornare e immaginare per il mondo ormai dovunque plurale.

Introduzione a Gianfranco Cappai, Primo viene l’amore e l’amicizia, Cagliari, Aipsa,  2011, pp. 96, euro 13

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