L’idea del paesaggio nasce come conseguenza dello sperpero di territorio perpetrato nel nostro Paese soprattutto a partire dal secondo dopoguerra. La presa di coscienza del rapido avanzamento di tipologie di paesaggio tipicamente urbane risale agli anni Ottanta e sollecita la nascita dei primi movimenti di tutela ambientale con l’intento di ridimensionare il peso economico esercitato sul territorio e tentare di far attecchire una coscienza paesaggistica. Il paesaggio è, dunque, un concetto recente, che abbiamo avuto bisogno di definire per preservarlo da un uso improprio che ne minacciava l’integrità. Il paesaggio, di per sé, è sempre esistito come fatto sociale, ossia come prodotto delle interazioni che l’uomo stabilisce con la natura. La differenza rispetto al passato è che oggi noi abbiamo bisogno di individuarlo, di andarlo a cercare, perché non fa quasi più parte della nostra quotidianità.
“Paesaggi perduti. Sardegna, la bellezza violata” (a cura di Sandro Roggio, Cuec, Euro 13,00) è una raccolta di brevi saggi che nasce dall’esigenza di parlare della “Sardegna brutta”, come dichiara il curatore in premessa, e di farlo senza minimizzare la realtà, nella quale l’inventario degli sfregi è più ampio di quanto si immagina o si teme e nel quale le aggressioni ai danni del territorio sardo avanzano nell’indifferenza e per l’indifferenza di molti. Nel volume sono presenti i contributi di Salvatore Mannuzzu (Regnos Altos e La verità del paesaggio: il caso di Sassari), Annalisa Poli e Sandro Roggio (La bellezza violata), Luciano Marrocu (Sotto le mura di Castello), Ignazio Camarda (Trame ecologiche e trame urbanistiche), Marcello Madau (Se Ichnoussa perdesse i racconti dell’archeologia), Antonietta Mazzette (Una città dallo sguardo corto), Giacomo Mameli (Demolitori sacrileghi), Franco Masala e Maria Antonietta Mongiu (Sant’Avendrace di Cagliari: piccole prove di resistenza della bellezza), Antonello Grimaldi e Sante Maurizi (Proto, Lussorio e l’ecomostro), Giancarlo Ghirra (Capoterra: come non si spiega una tragedia), Marco Vannini (Grand Canyon e dintorni) e Marcello Fois (Nuoro e il suo triplo).
Giacomo Mameli racconta della sua Perdasdefogu e di una perdita importante per il paese: la demolizione della chiesetta parrocchiale risalente ai primi del 1500, rasa al suolo alla fine degli anni Sessanta per lasciar spazio alla realizzazione di un campetto per i giochi dei bambini. Una chiesetta costruita da muratori fai da te, senza progetti di ingegneri e architetti, che riproduce lo stile di un’altra chiesetta in cima al paese, ancora in piedi. Oggi quel campetto in cemento è chiuso con un mega-lucchetto e il più delle volte inutilizzato, neanche i bambini ci possono giocare perché “ogni tanto dicono parolacce”. E così secoli di fede e di artigianato sacro sono stati dati alle fiamme.
Casi come quello di Perdasdefogu e della sua chiesetta parrocchiale sono frequenti nella Sardegna di quegli anni, attraversata da quell’ondata di modernità che imponeva di disfarsi del “vecchio” a costo di cancellare il proprio passato e la memoria di un luogo.
Le perdite di cui parla Antonietta Mazzette riguardano Sassari, ma potrebbero riferirsi allo stesso modo a una qualsiasi altra città italiana. Quel legame che prima univa lo sguardo con alcuni punti di riferimento all’interno della città (campanili, cupole, piazze) non sembra più possibile a causa della crescita disordinata e senza regole delle altezze degli edifici. Un effetto ingiusto, ritiene Mazzette, sulla scia dell’Equitable Building di Manhattan, che togliendo aria e luce alle preesistenze ci costringe a uno sguardo più introverso. Ma guardando oltre la città, anche la ricerca della cosiddetta campagna si rivela un’esperienza assai ardua, perché lo sguardo anche qui si perde nuovamente in un continuum disordinato e spalmato di edificazioni, che ha cancellato definitivamente i confini fra città e campagna. Un progetto di città, dunque, a suo tempo scarsamente lungimirante e che proprio in virtù di uno “sguardo corto” ci ha consegnato una città problematica e difficile da vivere.
Di “sguardo corto” parla anche Giancarlo Ghirra nel ripercorrere le vicende legate a Capoterra e alla deriva speculativa che si protrae nel territorio a partire dagli anni Sessanta ad opera di politici e speculatori senza scrupoli. Lottizzazioni e operazioni immobiliari al di fuori di qualsiasi regolamentazione in nome delle esigenze dell’economia e dei disoccupati e celati dalla voglia di garantire una casa alle giovani coppie cagliaritane in fuga dai prezzi folli della vicinissima capitale. E quando qualche coraggioso politico ha tentato di opporsi allo scempio di territorio e ai rischi a cui si stava andando incontro, non si sono fatte attendere minacce e attentati, segno che il rapporto con il territorio è spesso conflittuale. Se il conflitto in un primo tempo opponeva speculatori e politici virtuosi, successivamente ha visto la natura schierarsi come controparte alla scelleratezza di pochi arrivisti. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, chissà fino a quando: Capoterra non ha ancora approvato un Puc e continua a essere vigente il Programma di fabbricazione del 1969, origine di tutti i mali.
La Sardegna di “Paesaggi perduti” è la storia di tante realtà in cui, in larga parte, hanno prevalso uno scarso senso di appartenenza da parte delle popolazioni e un laissez-faire di matrice immobiliare e speculativa. Per invertire questa rotta è necessario un cambiamento culturale profondo. Il tentativo offerto da questo libro è un contributo importante.