La Sardegna al centro dell’inchiesta che sta sgretolando la lobby politica-affari del centrodestra. Le inchieste di Firenze (partite pare da Sassari) sulla ricostruzione del dopo terremoto a L’Aquila e sulle grandi opere per il G8 a La Maddalena hanno sbriciolato il granitico governo di Sivio Berlusconi. Hanno intaccato – con risvolti rosa - l’immagine del capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Hanno spedito in carcere diversi commis dello Stato legati al centrodestra. Non tutto ancora è chiaro. E ciò a urne quasi aperte per le prossime elezioni regionali. Terremoto anche politico in vista?
Andiamo con ordine dietro a un autentico effetto domino occupandoci soprattutto di casa nostra. Ha scritto Pier Giorgio Pinna su La Nuova Sardegna: “Incompiute e corruzione minacciano di provocare sconquassi a catena. A rischiare non ci sono solo l’arsenale e l’ex ospedale della Maddalena. Se la Regione non investirà sulle sue proprietà nell’arcipelago, una quindicina di siti d’immenso valore verranno sepolti sotto le macerie del G8 e degli scandali. A oltre due anni dall’accordo di programma con ministero della Difesa e Agenzia del demanio, i ritardi sono evidenti. A scorrere l’elenco dei beni dismessi dai militari ci si fa l’idea di realtà in movimento. Ma andando a verificare lo stato delle cose si scopre un mondo diverso. Con due lati che non s’incontrano: in uno spiccano gli edifici ancora saldamente nelle mani della Marina, nell’altro capannoni e superfici in abbandono. Un panorama che contrasta con le promesse fatte prima del summit mancato”.
Ponente - Il viaggio alla ricerca delle occasioni perdute comincia dal sud-ovest dell’isola della Maddalena. A Padule, di fronte a Palau, si affacciano depositi tutt’oggi contrassegnati dalle stellette militari. C’è un magazzino con materiali e strumentistica. A poca distanza, un fabbricato e una zona di pertinenza in passato impiegata per fotelettriche. Non lontano, un alloggio e un serbatoio carburanti”.
Nido d’aquila - Sempre sul litorale di ponente, ancora in uso alla Marina, un compendio dal nome suggestivo. È occupato da 7-8 famiglie. Ci vivono da decenni, vengono considerate abusive. Visibilmente in degrado, il complesso sorge dietro un muraglione sulla sommità del capo. Tra rocce di granito, di fronte a un hotel chiuso nella bassa stagione e un altro in costruzione, emergono testimonianze del passato. Come una massicciata che ospitava i mortai. Del proverbiale ordine da vita militare, però, nessuna traccia. I locali sono in abbandono, coperti dalla salsedine. Dovunque, immondizie e desolazione.
Guardia vecchia - A settentrione, nella parte più alta della Maddalena, resta da frazionare un complesso concordemente giudicato nelle dismissioni non più necessario per la Capitaneria. È composto da diverse case, alcune abitate. Almeno in parte doveva già essere passato di mano. Non è stato così. Se Cappellacci raccoglierà l’invito di Soru per tornare padrone dei suoi beni nell’arcipelago e farsi pagare i danni dopo lo scandalo, anche qui esiste uno dei punti di ripartenza per il turismo.
Regione - Fulvio Dettori, che all’epoca delle intese con la Difesa era direttore generale a Cagliari, conferma come i servizi centrali del ministero fossero disponibili alle cessioni, mentre man mano che ci si avvicinava all’arcipelago le strutture periferiche facevano resistenza. «Ma l’importante adesso è che la giunta Cappellacci non rinunci a far valere i suoi diritti, come mi pare invece abbia fatto sinora - rileva Dettori alla Nuova Sardegna -. Esistono beni che la Marina si vuole tenere stretti. Altri, come l’ex ospedale militare o l’albergo interno all’arsenale, su cui la gestione spetta direttamente alla Regione. Bene, è allora su tutte queste partite che l’amministrazione sarda deve intervenire nell’interesse della comunità maddalenina».
Levante - Passando sulla costa orientale dell’isola, prima del Main Conference in gestione alla Mita, si hanno tante altre sorprese. A cominciare dall’Area Giardini. Dove ci sono campi da tennis che, sebbene gli accordi dicano altro, continuano a restare riservati agli uomini della Marina. Che a poca distanza ha il circolo sottufficiali e la sede del gruppo Nul, navi per uso locale. A qualche centinaio di metri, il teatro intitolato a Primo Longobardo, uno dei pochi edifici che non rientra nelle dismissioni. A metà elenco invece figura, sempre sul litorale sud-est, una splendida villa liberty a due piani. Circondata da pini e cactus, appare in buone condizioni di manutenzione. È una perla che, prima dell’inchiesta, deve aver suscitato l’interesse degli affaristi romani accusati di gonfiare gli appalti, sino al 2009 impegnati a fare la bella vita tra sontuose residenze e deliziose cenette. Come dal primo ’900, la meravigliosa villa resta però occupata dalla Marina. Attualmente, ci vivono due ufficiali con le famiglie, uno nell’appartamento al primo piano e l’altro al secondo.
Comune - «Una cosa va riaffermata in modo chiaro: noi abbiamo sempre preso parte alle conferenze di servizio, ma la proprietà dei beni prima era dei militari e poi della Regione», sottolinea il sindaco, Angelo Comiti. Che aggiunge: «In vista del G8, ogni processo decisionale è stato accentrato su Roma: delle carte riguardanti gli appalti e la revisione prezzi non abbiamo visto neppure l’ombra. Ma, adesso che è possibile partire da nuovi binari, mi auguro che la Regione riprenda in mano i fili della matassa e dia autentiche garanzie alla comunità».
Chance - Le occasioni non dovrebbero mancare. Ma oggi si profilano come astratte. Proseguendo il giro nei siti che la Marina avrebbe già dovuto cedere da mesi, si capisce infatti quanto sia difficoltoso il cammino da percorrere. Nella caserma Faravelli e nelle adiacenti officine Sauro - sedi di archivi, tipografie, falegnamerie, magazzini - sinora si è fatto poco. Nonostante il maxicantiere per il G8 abbia marciato a due passi, lì, in alcune parti interne, tutto è come quando la base della Us Navy a Santo Stefano era ancora in attività. E proprio su quest’isoletta di fronte, da 2 anni esatti non più a stelle e strisce, c’è l’ennesima incompiuta: il deposito di combustibili, a Punta Sassu. Non è stato trasferito alla Regione. Dev’essere ancora bonificato. I fondi? Naturalmente, così come per altri siti, vanno stanziati. Vicino alle cattedrali nel deserto ora luccicanti nell’arsenale e nell’ex ospedale, non lontano dall’area dove prosegue il sit-in di protesta dei guardiani beffati con la logica dei subappalti sui subappalti, appare stridente il degrado di 12 casette dell’Area Vaticano. Fabbricati da abbattere. Con famiglie da ricollocare in alloggi nuovi, già individuati ma da costruire.
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| Lavori per il G8 a La Maddalena e, in alto, il sottosegretario alla Protezione Cicvile Guido Bertolaso. |
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Provincia - «A partire dal G8 abbiamo sperato di costruire un diverso futuro, disegnandolo con un progetto che facesse della Maddalena un modello di sviluppo sostenibile in Europa», commenta Pier Franco Zanchetta, assessore all’Ambiente per la Gallura. «Oggi tutto crolla alla luce di ciò che sta succedendo, ma con le centinaia di manufatti trasferiti dalla Marina le potenzialità rimangono, intatte e inespresse. Dobbiamo però riaprire il Caso La Maddalena. Con un pensiero di largo respiro. E con la giunta regionale impegnata, e non defilata come in questo momento. Ma anche il Consiglio e la classe dirigente sarda devono svegliarsi: in nome dell’occupazione e dello sviluppo c’è subito bisogno di un altro patto Comune-Provincia-Regione».
Berlusconi - Nella mattinata di domenica 14 febbraio, mentre pioviggina, sull’arcipelago volteggia un elicottero dei carabinieri. È un normale servizio d’ispezione. Ma basta a rinfocolare i rumors su una visita-lampo del premier al Main Conference (dove il 16 agosto scorso attraccò il megayacht della figlia Marina). La notizia viene però subito smentita: «Il premier rimarrà a Villa Certosa», spiegano i bene informati. Nel tourbillon di voci e dicerie, a una trentina di chilometri da Porto Rotondo, sui litorali meridionali di Caprera riaffiora una certezza. Né Punta Rossa, dove si fanno lavori per la Vuitton Cup nella speranza che non salti, né Porto Palma sono stati raggiunti da quelle novità che avrebbero dovuto cambiare le cose. Peggio: l’effetto domino sulle incompiute è tangibile. Nel secondo comprensorio, in attesa del trasferimento da un ente all’altro, lo sfacelo è totale. Strade dissestate o allagate. Una grande pista di alaggio invasa dalle erbacce. Il porticciolo di assi sconnesse. Tre capannoni, da 900 metri quadrati ciascuno, con i tetti sfondati, il pavimento ricoperto di guano, le vetrate infrante. Dappertutto, un’aria di desolazione. E una consapevolezza: per rilanciare tutti i centri che potrebbero davvero mutare il volto e l’economia della Maddalena non basteranno le decine di milioni che la premiata ditta Affari&Imbrogli è accusata di aver rubato.
Il caporalato - Ma non ci sono solo le accuse sugli appalti gonfiati. Nell’arcipelago la magistratura indaga su un altro filone, destinato a dare presto sviluppi. I casi di caporalato segnalati dagli operai nei cantieri per il G8 durante l’anno allegro dei Bertolaso boys sono sotto la lente della Procura di Tempio. S’indaga su una beffa nella beffa dei costi in continua lievitazione. A farne le spese, decine di lavoratori: vessati e sfruttati mentre lorsignori s’arricchivano.
Gli accertamenti partono da lontano. Si ricollegano al clima delle operazioni per accogliere il summit tra i Grandi, dominato da due fattori chiave, entrambi potenzialmente all’origine della mancata applicazione delle norme su sicurezza e contratti. Da una parte l’iniziale segretezza sulle opere, dall’altra l’atmosfera di emergenza continua imposta dalla Protezione civile. È in questa situazione che danno il via all’attività diverse aziende poi finite nel mirino a Roma e Firenze. Tra loro, società che portano ai fratelli Anemone (oggi sotto accusa per corruzione), come Cogecal, Arsenale Scarl, Maddalena Scarl. Oltre a imprese differenti ma collegate.
Pochi sardi o niente - Nella fretta di dare inizio alla demolizione vengono ingaggiati centinaia di edili, addetti alla carpenteria e agli sbancamenti. Più della metà dei mille ingaggiati è formata da stranieri: soprattutto romeni, moldavi, albanesi, egiziani. Fra gli italiani, parecchi calabresi, campani, siciliani. I sardi, all’avvio, sono pochi. I maddalenini all’interno dei cantieri, per tutto il ciclo dei lavori 24 ore su 24, non supereranno mai i 30, fatta eccezione per la ventina impiegati nella guardiania. Oltre 800 lavoratori vivono per mesi ammassati in container da 4 posti ciascuno. In quei mesi l’acqua nell’area Faravelli manca spesso. E lavarsi a fine turno diventa impossibile. Ci sono tensioni. E difficoltà anche in mensa. Qualche operaio finisce in ospedale con sintomi d’intossicazione. Così, mentre i «servizi» vigilano per evitare infiltrazioni terroristiche e numerosi dipendenti firmano documenti nei quali rinunciano ai diritti sindacali, monta la protesta. La vita tra i disagi, senza spazi sufficienti, alimenta i contrasti tra fazioni e gruppi. Spesso ci sono zuffe e tafferugli. Coinvolti in particolare immigrati di etnie diverse. In questo quadro le proteste filtrano all’esterno. Superano i sistemi di sorveglianza (per vigilare sull’area era stato mobilitato il battaglione San Marco). Le organizzazioni sindacali si mobilitano. Della faccenda si occupa la stampa. Nel dicembre 2008 Fabrizio Gatti, del settimanale «L’Espresso», scopre irregolarità, straordinari in nero, vessazioni, soprusi.