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| Il direttore commerciale della cantina Antonio Casu, sotto il presidente Salvatore Masala. (Sardinews) |
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La cooperativa vitivinicola Santa Maria La Palma, che nel 2009 ha festeggiato le sue 50 vendemmie, è un’azienda con mente e mani sarde, dalla sua nascita a oggi. Lungo la strada che conduce da Sassari ad Alghero, tra il vecchio ingresso dell’aeroporto di Fertilia e Porto Conte, un semaforo annuncia la presenza di una piccola borgata che accoglie il visitatore con la sua cantina.
Sono gli abitanti dei paesi intorno ad Alghero che negli anni ’50, all’epoca della riforma agraria, hanno preso possesso delle terre che compongono ora la cooperativa. Allora l’entità preposta ad applicare la riforma era l’Ente per la trasformazione fondiaria e agraria della Sardegna. Sarebbe stato poi sostituito, nei primi anni ottanta, da un altro ente, questa volta nazionale, l’Ersat, (Ente regionale di sviluppo e assistenza tecnica in agricoltura). Tra gli obiettivi della riforma, quello di ridefinire le proprietà e le modalità produttive in tutto lo stivale e un’isola, la Sardegna, in gran parte abbandonata alla sua selvaggia bellezza. Poche famiglie proprietarie, molti braccianti e migliaia di ettari di terre incolte e improduttive.
È proprio nel progetto di riforma che le cooperative vengono promosse dall’Etfas e, nel giugno del 1959, nasce la cantina Santa Maria la Palma che dal golfo di Alghero occupa i terreni fino ad arrivare al lago di Baratz. A presiederla oggi è Salvatore Masala, classe 1950, nasce a Ittiri ma si trasferisce con la famiglia ancora bambino nella borgata; a guidarla commercialmente è Antonio Casu, 57 anni fino al 2007 direttore vendite alla San Giuliano.
«Da dove veniamo? Da Ittiri, da Uri, da Villanova Monteleone», risponde Masala, un po’ sorpreso da una domanda che non lo costringe subito a snocciolare numeri e qualità del vino prodotto. «E della nostra provenienza, dalle nostre radici traiamo forse l’energia che ci è indispensabile per portare avanti il nostro progetto imprenditoriale. Siamo gli unici in Sardegna a portare avanti con continuità il progetto nato con la riforma agraria – prosegue -. È proprio lo strumento cooperativa ad averci permesso, almeno nelle fasi iniziali, la sopravvivenza e che adesso ci consente di proporci all’interno di un mercato fatto di grandi numeri. Se non fossimo rimasti all’interno di questo soggetto non avremmo potuto confrontarci né a livello italiano né a livello internazionale». Già. Perché il mercato cui la cooperativa si rivolge non è più solo quello italiano. Da alcuni anni si esporta in tutta Europa e nel resto del mondo. La Germania, all’interno dell’Unione europea, è il Paese che apprezza maggiormente le caratteristiche del vino che qui si produce, mentre al di fuori dell’Ue, oltre alla ormai tradizionale piazza statunitense si sta affermando il Canada e, nel continente asiatico, emerge oltre al Giappone un nuovo estimatore: la Cina, grande esportatore e forte economia emergente. Il giro di affari dell’export riguarda circa quattro milioni di bottiglie e nel Belpaese la predilezione per il prodotto è, senza dubbio, più espressa nel Centro-Nord.
La cooperativa: uno strumento vincente La cooperativa è formata dai soci, più di trecento, che sono anche i proprietari dei terreni. I soci producono quantità e tipi di uva secondo canoni prestabiliti e li conferiscono all’enopolio. Da quel momento è la cantina che pensa a lavorare l’uva, la trasforma e la commercializza. «Siamo un soggetto completamente autonomo dalla produzione alla distribuzione», afferma Masala convinto della validità del modello di integrazione dei processi. «Niente è lasciato in mano ad aziende esterne – continua Casu -, il socio produce quando e quanto deve produrre e le politiche del Consiglio di amministrazione e i protocolli di controllo qualità stabiliscono l’equilibrio enologico».
All’interno della cantina, poi, esistono tutto un insieme di professionalità di subordine che godono dello stipendio previsto dal contratto sull’agricoltura.
Tutto il processo produttivo, quindi, parte e si mantiene all’interno dei confini sardi, con uno sguardo esterno solo nella vendita. Questa politica fa sì che non solo la cantina e i suoi dipendenti possano godere del buon andamento della produzione, ma anche l’indotto su cui si riversano gli utili. «Noi raccogliamo profitti per 11 milioni di euro – commenta Eugenio Profili, il direttore dell’azienda -. Di questi, l’80 per cento viene distribuito in ambito locale».
Lo strumento cooperativa è un meccanismo complesso, in cui ogni ingranaggio deve funzionare secondo quanto stabilito dal vertice della struttura, che però non può lavorare correttamente senza il supporto che arriva dalla base. «Per statuto è il socio a decidere tutto - dice Masala -, ovvero l’assemblea dei soci. E a garantire che le decisioni siano prese con un largo accordo è la stessa struttura della cooperativa che prevede, in assise, il voto capitario, cioè per testa. In questi 50 anni il rapporto è stato determinato dal dialogo, l’uniformità è data dal contatto e dall’esperienza che sono parte integrante del meccanismo della produzione».
E alla base dello sviluppo dell’azienda, però, un patrimonio di conoscenze enologiche altamente specializzato impostato a partire dagli anni ’90 quando la cooperativa ha deciso di impiantare filari e vitigni nuovi rispetto a quelli tradizionali, spendendo molto nella ricerca per trovare diversi tipi di uve adatti alle caratteristiche della zona. La ricerca, ovviamente, è stata favorita anche da una collaborazione costante con l’Università e con gli enti regionali.
La produzione
I vigneti, ogni anno, producono 70mila quintali di uve, con una suddivisione netta del 50% bianche da Vermentino e l’altro 50% di uve a bacca rossa in prevalenza Cannonau e Cagnulari, con qualche quantitativo minore di Monica. È proprio il Cagnulari, uva tipica dell’algherese, che ha dato origine al vino con cui alla fine del 2009 la cantina Santa Maria la Palma ha festeggiato le sue 50 vendemmie. «Abbiamo usato soprattutto uve Cagnulari mescolate ad altre uve a bacca rossa sempre doc della zona di Alghero – spiega l’enologo Paolo Coradin -. La vendemmia in questo caso è stata posticipata di qualche settimana rispetto al periodo tradizionale e il vino è stato lasciato in barrique per 12-18 mesi mentre il successivo affinamento in bottiglia è stato di 4-6 mesi. Una volta aperto il vino – conclude – ha bisogno di decantare, solo così si apprezza appieno il sentore di liquirizia, l’alloro e l’eucalipto, albero tipico della zona che aromatizza molti dei nostri vini». I filari, in questo periodo dell’anno, lasciano solo indovinare l’abbondanza settembrina, la consegna delle uve ricomincerà dopo la prossima estate, ma nel cuore pulsante della cantina il lavoro prosegue anche con le sperimentazioni. «Da tre anni a questa parte abbiamo dedicato 15mila mq di terreno a un vigneto sperimentale – prosegue Masala -, in cui abbiamo piantato tutte le specie sarde tipiche e vitigni internazionali tra i più richiesti, come Chardonnay, Sauvignon, Merlot. La pianta della vite è divisa in due parti: la barbatella, che è la parte che va nel terreno, e una parte aerea. Ebbene, su ogni barbatella abbiamo innestato cloni differenti per poter selezionare nuovi vitigni. Più elevata sarà l’affinità tra barbatella e gemma clone, più elevato sarà, ovviamente, il risultato»
Ma la qualità del vostro lavoro ha ottenuto riconoscimenti ufficiali in tutti questi anni? «Al di là dei premi e delle patacche che si possono collezionare nelle varie manifestazioni noi teniamo molto al riconoscimento più bello che è quello che ci viene dato dal mercato stesso: il nostro Vermentino Aragosta risulta, infatti, il vino bianco più venduto in Italia; mentre al nostro Cannonau Le Bombarde è stato riconosciuto è stato riconosciuto il miglior rapporto qualità-prezzo, da riviste di settore sia nazionali che estere.
La nobiltà della terra
Nelle viscere della cantina enormi quantità di vino riposano in botti e barrique. Si coglie, insieme all’aroma del vino che pervade l’ambiente, una nota di orgoglio nelle parole dei produttori. «La pubblicità ci sta abituando all’idea del vino come prodotto dalle origini nobili – dice Casu -. Da questo discende l’idea che se non si ha una nobiltà alle spalle non si possa fare il vino». Una sorta di legittimazione aristocratica al prodotto della terra dunque. «Ma noi abbiamo un altro tipo di aristocrazia: quella contadina. Questo è per noi un valore aggiunto che non tutti possono vantare».
Dalla nobiltà del lavoro in sé sono nate, quindi, tutte le campagne di comunicazione degli ultimi anni, affidate a un’agenzia pubblicitaria sassarese, sempre all’interno della politica dell’indotto in ogni sfaccettatura della produzione. E da qui nasce l’esigenza di giocare con le parole per legittimare la nobiltà del lavoro con frasi come «Niente alberi genealogici, solo ceppi», fino all’ultima campagna «La qualità bisogna zapparsela». Per le foto, poi, hanno posato i soci stessi, «gente reale, non modelli, ma persone che di questa terra e di questo lavoro sono parte integrante».
Ma nella società dell’immagine in cui il prodotto è anche la sua veste, grande importanza è data anche ai luoghi di produzione. Le cantine attirano spesso visitatori e rientrano all’interno del percorso del turismo enogastronomico che, negli ultimi anni, ha fatto passi da gigante nella nostra terra. «L’azienda non è ancora idonea a visite “turistiche” – conclude Casu - è un gap che stiamo cercando di ripianare e negli ultimi cinque anni abbiamo iniziato a lavorare in tale direzione”.
La Cantina Santa Maria La Palma è una cooperativa che nasce nel 1959
Il primo presidente fu Nicolò Pompei.
Oggi conta 320 soci.
Vanta una produzione di 70mila quintali di uve.
Ha un fatturato di 11 milioni di euro.
Vende quattro milioni di bottiglie l’anno.
Il suo mercato, oltre alla Sardegna è l’Italia del Centro-Nord. In Europa esporta in Germania, Belgio, Inghilterra, Irlanda, Olanda. A livello mondiale: Stati Uniti, Canada, Giappone e Cina.
Il suo vermentino “Aragosta” è il vino bianco più venduto d’Italia.
Al Cannonau “Le Bombarde” è stato riconosciuto il miglior rapporto qualità-prezzo, da riviste di settore sia nazionali che estere.
Lo staff dirigente
Il presidente della cooperativa è Salvatore Masala, vice presidente Nino Sanna, direttore commerciale Antonio Casu. I membri del Cda sono: Antonio Monti, Renzo Peretto, Angelo Mannu, Luigi Angius e Francesco Pinna. Il direttore d’azienda è Eugenio Profili.