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Anno XI - Marzo 2010
Recensioni

Con Bottazzi tra la crescita economica
e i miti della rivoluzione e dello sviluppo

Enrico Sacco analizza l’ultima opera del sociologo sardo-emiliano pubblicata da Laterza

di Enrico Sacco

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Il testo dato alle stampe da Gianfranco Bottazzi offre l’opportunità di ritornare a riflettere su uno dei concetti più dibattuti nel corso dell’ultimo cinquantennio. Lo sviluppo, d’altronde, è ciò che ci riporta all’essenziale transizione tra diverse concezioni del mondo, è il primordiale confronto tra le idee di cosa deve caratterizzare l’esistenza singola quanto quella collettiva.
Dopo una prima parte introduttiva, dedicata alla polisemia del termine, il percorso riflessivo seguito dallo studioso traccia una strada interpretativa divenuta ormai classica per la sociologia dello sviluppo. Il punto di partenza dell’analisi è collocato dopo il secondo conflitto mondiale, quando il presidente Truman, il 20 gennaio 1949, comunica al mondo lo schema ideologico che da quel momento in poi avrebbe dovuto guidare i rapporti tra la potenza egemone americana e quell’insieme di Paesi definiti arretrati e consegnati a nuove forme di autonomia in seguito all’esperienza di un colonialismo ispirato dalla missione civilizzatrice occidentale. Si tratta di una fase in cui lo sviluppo, come ha scritto Peter Berger (1981), significò buona crescita e modernizzazione desiderabile, una meta a cui tutti potevano giungere. A partire da tale presupposto, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, si moltiplicarono le ricette politiche ed economiche adottate al fine di aiutare i Paesi in via di sviluppo a fuoriuscire da una condizione di svantaggio economico e sociale strutturale. I grandi progetti senza soggettualità e senza differenze culturali – in poche parole senza attori sociali – ottennero vasti consensi.
Ricca di particolari e testimonianze scientifiche è poi la successiva ricostruzione storica della contrapposizione tra i fautori di una modernizzazione capitalista a tutti i costi, orientati dal mito della crescita economica, e il coacervo di posizioni marxiste che ruotano intorno al mito della rivoluzione ed al grimaldello della dipendenza. Il filo conduttore dell’analisi si dipana in un’ambientazione terzomondista, considerando l’eterogeneità di punti di vista, di scuole di pensiero e di cori messianici. L’America Latina resta il contesto nazionale privilegiato all’interno del quale mostrare vizi e virtù di schemi interpretativi volti a comprendere natura e possibilità dello sviluppo mondiale. Lo stesso contesto in cui si radicò quella profonda contrapposizione, ripresa nei capitoli terzo e quarto, tra le teorie della modernizzazione e le teorie della dipendenza. Queste ultime impegnate a dimostrare che nessuna forma di sviluppo è possibile senza porre al centro del dibattito e delle politiche sviluppiste l’antagonismo di interessi esistenti tra le aree periferiche e quelle centrali. Il merito dell’autore, nel descrivere questa successiva tappa fondamentale della riflessione sviluppista, si rintraccia nella volontà di esaminare minuziosamente le possibilità euristiche e i limiti teorici di entrambi gli approcci. Sul banco degli imputati – direbbe Reinhart Koselleck (2009) – resta la hybris di una cultura politica caratterizzata da un’inquietante mescolanza di astrattezza futurizzante e ottimismo pianificatorio.
La crisi degli anni Settanta accresce la consapevolezza circa i limiti dei vecchi approcci allo sviluppo, quelli cioè che canalizzavano l’attenzione su poche variabili e indicatori per lo più di natura economica e finanziaria. Svanita l’illusione che il progresso fosse iscritto nella necessità della storia (Salvadori 2006; Taguieff 2003), gli ultimi capitoli del volume accompagnano il lettore nella comprensione dell’eterogenea famiglia di idee che si sono ispirate a uno sviluppo alternativo, passando per la descrizione del mutamento materiale e ideologico che ha contrassegnato la storia recente dei Paesi occidentali. Da quel momento la famiglia di idee che legittimò uno sviluppo economico fine a se stesso fu sicuramente sottoposta a una pressione critica molto intensa; non così intensa però, come evidenzia più volte Bottazzi nelle sue conclusioni, da delegittimare completamente gli assiomi utilitaristi normalmente impiegati da economisti, ingegneri e statisti di professione. Resta il fatto che da allora, durante l’ideazione e l’implementazione delle politiche pubbliche, i governi delle nazioni occidentali e le istituzioni di Bretton Wood – il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale – hanno teso a privilegiare, almeno formalmente, la dimensione locale dello sviluppo, la sostenibilità degli interventi, i bisogni e le domande dei destinatari. E conseguentemente quegli strumenti capaci di valorizzare le peculiarità materiali e immateriali di ogni percorso di mutamento sociale territorialmente localizzato.
Il lavoro è denso di riferimenti scientifici e documentali e offre, a chi intende avvicinarsi per la prima volta a un campo di studi tanto vasto quanto complesso, un’ottima bussola storico-interpretativa per orientarsi tra le numerose idee e pratiche di sviluppo affermatesi nel corso dell’ultimo sessantennio. Restano, altresì, alcune questioni che pone conto rilevare, anche al fine di contribuire ad arricchire il campo d’analisi che dello sviluppo ha fatto il suo prioritario oggetto di studio. Una prima questione, di ordine generale, riguarda l’ipostatizzazione temporale che connota gran parte dell’attuale riflessione sul tema. Seppure la ricerca accademica e il discorso politico sui problemi dello sviluppo e del sottosviluppo assumono una centralità istituzionale solo negli anni Cinquanta del Novecento, ciò non deve necessariamente comportare una netta cesura storica tra quanto detto e verificatosi prima di quella congiuntura e quanto è andato affermandosi in seguito al famoso discorso pronunciato dal presidente Truman nel 1949. Riportare alla luce un dibattito sullo sviluppo rispettoso delle più avanzate posizioni riflessive che hanno accompagnato la civiltà industriale-capitalista attraverso la modernità tra Otto e Novecento potrebbe, ad esempio, aiutare la comunità scientifica a ritrovare quei punti di osservazione multidimensionali, indispensabili per abbracciare la complessità insita nel concetto; e nelle dinamiche riconducibili al progresso, all’evoluzione, al mutamento, alla crescita e alla trasformazione di un determinato aggregato sociale. Recuperando così quella ricchezza e quella profondità dei critici della modernità e della società industriale (Wiener 1985) e riassegnando al pensiero utopico e umanista il ruolo centrale e trainante nel dibattito sullo sviluppo (Williams 1968; Mumford 2008). Insomma, un percorso che provi a riposizionare, nel suo giusto ordine di grandezza storica, la disputa intellettuale consolidatasi nel secondo dopo guerra e che ha portato alla nascita formale della sociologia dello sviluppo.
Una seconda questione coincide, invece, con la frammentarietà che tende sempre più a connotare gli studi sullo sviluppo, sia esso mondiale, continentale, nazionale, locale. Bottazzi, con l’ausilio di un intelligenza sempre viva e una rarissima accuratezza storica, riprende dopo alcuni anni di smarrimento una riflessione interdisciplinare della problematica, dove trovano spazio elementi economici, antropologici, politologici e demografici. È uno sforzo che merita di essere sottolineato e ulteriormente approfondito, soprattutto se intrapreso sulla scorta di una sensibilità conoscitiva d i natura sociologica. Un tentativo isolato se consideriamo che ad oggi assistiamo impotenti alla rivolta anarchica delle micro specializzazioni accademiche. Esercitare l’arte della divisione, del creare per il bene della scienza contenitori impermeabili alla complessità storica, è oramai diventata pratica comune. E non è sfuggito a tale imperativo separatorio la sociologia dello sviluppo. Così il suo oggetto d’analisi – oltre le poche pubblicazioni per lo più di carattere divulgativo – sembra dissolversi tra le pieghe di interessi analitici apparentemente contrastanti. Ciò che per antonomasia è frutto del pensiero olistico, dello sguardo d’insieme sulla realtà sociale, subisce anch’esso gli effetti del principio del divide et impera. È pur vero che lo sviluppo può essere indagato nelle sue molteplici manifestazioni, da quella demografica a quella economica, da quella politica a quella antropologico-culturale, correndo sull’asse locale o globale; ma questi singoli momenti d’osservazione e interpretazione – se non riuniti in tutt’uno con la medesima accuratezza con la quale si è deciso di coltivare l’interesse per ognuno di essi – alimentano disordine più che comprensione. E come dimostra Bottazzi, il momento unificatore origina da una consapevole attività speculativa, non sorretta e partorita per il tramite di automatismi cumulativi insiti nello stesso metodo scientifico. Purtroppo il principio chimico della coalescenza non si applica al sapere sociologico. Certo non mancano sintesi sulle emergenti narrazioni sviluppiste legittimate a livello sovranazionale, ma rappresentano più il frutto di meditate riflessioni di singole scuole di pensiero che non il portato di una sotto-disciplina che avanza compatta sulla strada della conoscenza e della comprensione.
Giungiamo così alla nostra terza e ultima questione. In futuro occorrerà dedicare uno spazio maggiore al pensiero sviluppista legittimato in seno all’Unione europea. È ormai acquisizione consolidata che la sociologia dello sviluppo è un campo di studi che non investe più esclusivamente le problematiche relative ai Paesi del “terzo mondo” (Hettne 1990). Ogni teoria nasce dalla sedimentazione di un’esperienza di ricerca circoscritta e le teorie dello sviluppo, sistematizzate accademicamente nel secondo dopo guerra, hanno trovato nell’ambiente terzomondista l’esperienza ultima dalla quale far discendere ogni ulteriore avanzamento sia nelle idee che nelle pratiche di sviluppo. Oggi, però, potrebbe rivelarsi fecondo considerare l’esperienza relativa alle politiche europee come un significativo banco di prova in vista di una ulteriore problematizzazione delle teorie sviluppiste occidentali. In primo luogo, occorrerebbe chiedersi quale filosofia d’intervento l’Unione europea ha veicolato negli ultimi decenni – e continua a veicolare – nelle regioni arretrate del continente. E, in via secondaria, contestualizzare tale approccio all’interno del pensiero dominante sullo sviluppo, al fine di comprenderne similitudini e differenze rispetto al mainstream corrente. Si tratta di una deficienza paradigmatica che non può essere imputata a un singolo autore, ma al carattere marcatamente terzomondista che continua a caratterizzare l’odierno dibattito sullo sviluppo.

Gianfranco Bottazzi, Sociologia dello sviluppo, Editori Laterza, 2009 (pagine 276, euro 25)

Bibliografia
Berger, P. L. 1981. Le piramidi del sacrificio. Etica politica e trasformazione sociale. Torino: Einaudi (ed. or. 1974).
Hettne, B. 1990. Development Theory and the Three World. London: Longman.
Koselleck, R. 2009. Il vocabolario della modernità. Bologna: il Mulino (ed. or. 2006).
Mumford, L. 2008. Storia dell’utopia. Roma: Donzelli (ed. or. 1922).
Salvadori, M. L. 2006. L’idea di progresso. Possiamo farne a meno. Roma: Donzelli.
Taguieff, P. A. 2003. Il progresso. Biografia di una utopia moderna. Troina : Città Aperta Edizioni (ed. or. 2001).
Wiener, M. J. 1985. Il progresso senza ali. La cultura inglese e il declino dello spirito industriale (1850-1980). Bologna: il Mulino (ed. or. 1981).
Williams, R. 1968. Cultura e rivoluzione industriale. Inghilterra 1780-1950. Torino: Einaudi (ed. or. 1961).

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