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| Aldo Piano, responsabile della mensa della Caritas in viale Fra Ignazio a Cagliari al Centro di solidarietà Giovanni Paolo II. Sotto alcuni volontari al lavoro nelle cucine del Centro. (foto Sardinews). |
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Non si può parlare della “povertà”. Non si può spiegare un termine che si porta dietro significati innumerevoli. È una di quelle parole che definisce uno stato, un modo di stare al mondo. Sul dizionario della lingua italiana infatti si rimanda alla parola “povero”. La povertà è “essere poveri”. Allora chi sono i poveri? “Chi dispone di scarsi mezzi economici”, “Chi dimostra indigenza”, “Chi scarseggia”, “Chi desta pietà”. Quattro significati riportati in un vocabolario. Può bastare? Può bastare un dizionario per spiegare davvero il significato di certi termini?
Per capire davvero chi è un povero devi incontrarne uno, fermarti a guardarlo, parlarci, farti raccontare come è la sua giornata. Molto spesso devi restare in silenzio con loro per ascoltare quello che non riescono a dire. Come ci si sente ad avere addosso questa parola che è come un sentimento. La povertà per capirla bisogna provarla.
E neppure i poveri amano parlare di loro.
La povertà è quasi sempre accompagnata dal silenzio. Silenzio di chi non vuole vedere la miseria altrui, silenzio di chi non vuole vedere la sua, silenzio di chi cerca attraverso la sua opera di volontario di custodire la dignità degli individui che aiuta. Silenzio, ecco cosa si respira nella sede diocesana della mensa Caritas di Cagliari. La Caritas è un organismo pastorale che opera sotto la guida del Vescovo e ha come fine quello di promuovere la carità cristiana. All’interno si svolgono tantissime attività rivolte alle fasce povere della popolazione. La mensa è sicuramente il luogo che ospita le indigenze più gravi, soddisfacendo il bisogno primario dell’alimentazione. Anche se nasce come ente religioso la Caritas opera fra la gente senza distinzione di culto e nazionalità. Per operare legalmente è diventata una Onlus con nome “Fondazione San Saturnino”.
“La mensa della Caritas diocesana di Cagliari nasce cinque anni fa nei locali di proprietà del Comune in viale Fra Ignazio. Locali amministrati dall’assessorato alle Politiche sociali e interamente assegnati al servizio di distribuzione dei pasti attraverso l’operato dei volontari presenti giornalmente.”
A raccontare la storia della fondazione è Aldo Piano responsabile assieme al direttore mons. Marco Lai del Centro di Solidarietà Giovanni Paolo II. “Serviamo gratuitamente una media di 350 pasti quotidiani fra colazione, pranzo e cena attraverso il lavoro di un centinaio di volontari laici che prestano servizio da noi. A ogni volontario è richiesta la presenza di una volta a settimana per un intero turno giornaliero. Qui sta tutto in piedi grazie all’opera buona di tanti, - continua Aldo Piano – dal Comune che gratuitamente cede queste mura, ai volontari di ogni età che dedicano molte ore della loro vita al prossimo, ai fondi che riceviamo da famiglie benestanti o singoli cittadini che ci permettono di dare da mangiare a più di 300 persone al giorno. E grazie, non dimentichiamo, alle generose donazioni delle innumerevoli aziende di generi alimentari.”
Ma cosa è chiesto al volontario? “ Il volontario – spiega sempre il responsabile - deve attivarsi nel servizio in mensa, quindi aiutare in cucina e in sala pranzo e, visto che la Mensa si occupa anche della distribuzione di alimentari fra le famiglie bisognose, lavorerà anche nella divisione dei beni di prima necessità da cedere successivamente ai richiedenti. Quando il volontario avrà fatto più esperienza nel centro potrà anche instaurare rapporti interpersonali con gli utenti con l’aiuto degli operatori specializzati. Perché ricordiamo che non si tratta solo di distribuire beni alimentari ma il fine ultimo è la promozione della persona umana.”
Anche i volontari non amano raccontare la loro esperienza. Preferiscono tenersi per sé quella parte della loro vita che scelgono di dedicare agli altri. Un operatore spiega: “Qui nessuno ama parlare di sé, né noi volontari, né gli utenti. Non c’è molto da dire, ci sono quelli che hanno fame, e noi, che cerchiamo lavorando di aiutarli. Neppure noi sappiamo qualcosa di loro. Sono il primo a dire appena arriva una persona nuova al centro di non raccontarmi di se. Perché a noi non interessa la vita di chi sfamiamo. Aiutiamo e basta.”
Sono le 12 in punto. A entrare per primi di corsa sono sempre i bambini, si trascinano le mamme dietro e corrono verso l’ingresso. Per il freddo, perché forse fanno a gara fra di loro a chi è più veloce. Forse quella mattina perché vedono il presepe illuminato, l’albero di Natale. Le mamme sono giovani. Una in particolare. Si chiama Evelin è straniera. Dell’est, non vuole dire il paese. Dice però che ha 17 anni e che i due bambini che corrono per l’atrio sono suoi figli. Piccoli particolari di indigenza, indossano roba smessa, il passeggino è usurato. E poi quello strano pudore di chi vuole raccontare la sua storia ma per vergogna decide di tacere il paese di provenienza come fosse una colpa. Il più piccolo dei due è neonato, resta in braccio alla mamma. Non piange, si guarda intorno. È come tutti i bambini a quell’età, ricchi e poveri portano sempre una breve coperta che li avvolge. La miseria è di chi poggia i piedi a terra. L’altro ha due anni, attira l’attenzione perché è ben coperto come tutti i bambini in inverno. Ma come scarpe ha dei sandali estivi che fanno intravedere le calze sotto. Un operatore chiede loro se hanno dove dormire per quella notte, lei risponde sempre sorridente di sì. Un’amica li ospiterà. Il centro di solidarietà comunale infatti ha trenta posti letto. Ogni sera vengono selezionate le situazioni più gravi. Non c’è molto da dire, è una bambina che è diventata mamma troppo presto. Del padre dei suoi figli non vuole parlare. Però informa che hanno padri diversi. Poi ride e fa cenno di no. Basta domande. Entra nella sala mensa.
Attorno alle sette e mezza della sera in piazza Yenne a Cagliari la fermata della linea 8 dell’autobus si riempie di passeggeri soli, anonimi, invisibili. Scendono di fronte alla fermata del carcere di Buoncammino. Sono gli ospiti della mensa. Dove avevano trascorso la giornata fino a quell’ora? Da quale luogo di emarginazione sbucano? Ognuno è solo con la sua storia. Tutti hanno la testa china e nessuno parla con altri, tranne due signori sulla sessantina. Uno decide di rispondere. Racconta che accompagna il suo amico alla mensa perché non vuole mangiare tutte le sere a casa con lui e la moglie. Gli sembra di disturbare. Non vuole pesare sempre sulla generosità del suo amico. “Giuseppe è un pensionato che prende 400 euro al mese, non può più permettersi nulla, a casa neppure accende le luci perché ha paura della bolletta. Così io e mia moglie lo aiutiamo. Ma lui è testardo si vergogna, pensa di disturbare. Anche noi siamo poveri ma i figli lavorano tutti e io prendo 800 euro di pensione. Almeno riusciamo a mangiare.” Giuseppe lavorava al porto, scaricava merci, era un gran chiacchierone, ora parla poco. La sua storia è scandita dal racconto del suo amico. “Quale crisi? Giuseppe è povero da prima, sono un paio d’anni che le cose peggiorano per quelli come lui. Prima, però non avrebbe mai immaginato di cenare alla Caritas”. È lo stesso Aldo Piano a ribadire che l’incremento dei bisognosi in cinque anni di attività del centro non è relativo alla recente crisi ma era già evidente prima: “Da una media di 60 ospiti al giorno siamo passati a più di 300” .Sono arrivati all’ingresso, il signor Carlo resta fuori, attende seduto nella panchina di fronte l’anfiteatro romano il suo amico. Spiega che capisce la dignità e il pudore di Giuseppe ecco perché lo accompagna alcune sere in viale Fra Ignazio. Altri in evidente stato di ubriachezza sembrano creare tensione fra i passanti. Sono recenti le proteste degli studenti e dei professori delle facoltà di Giurisprudenza, Economia e Scienze Politiche che hanno le loro sedi in prossimità della Mensa. Molte studentesse manifestano un forte disagio nel restare fino a tarda sera in facoltà proprio perché preoccupate dalla presenza di individui poco ragguardevoli, secondo le ragazze, che cenano nella sede della Caritas. Lo stesso assessore alle Politiche sociali Anselmo Piras ha dato ascolto ai rappresentanti di facoltà auspicando un possibile trasferimento del centro in via San Giorgio, tutto ancora da decidere.
Poi ci sono i nuovi poveri. Gabriele è un impiegato da 20 anni. Non vuole dire dove lavora, ha paura di essere riconosciuto. Da un anno si è separato dalla moglie. Ha tre bambine e dopo la già drammatica decisione di rompere la convivenza, ha dovuto trovare un residence dove dormire. Fra pagare il mutuo della casa dove sono rimaste la moglie e le tre figlie, il suo alloggio e le spese normali di una famiglia, per lui è diventato impossibile fare la spesa per tutto il mese, quindi ha deciso da qualche settimana di cenare alla Caritas. Non si sente umiliato, va orgoglioso della sua scelta: “ Io e mia moglie non si poteva più vivere sotto lo stesso tetto. Anche per la serenità delle bambine. Arriveranno tempi migliori”. La sua non è una povertà classica, indossa abiti qualunque. Nulla che in apparenza tradisca uno stato di indigenza come scrive il vocabolario alla voce “povero”. Di recente proprio i sindacati confederali territoriali della provincia di Cagliari promuovevano una riflessione sulla crisi del terziario nel capoluogo. Era lo stesso Nicola Marongiu della Cgil a ricordare: “I lavoratori del terziario che sono i più presenti nella città, stanno soffrendo moltissimo la crisi ma restano invisibili al contrario di una classe operaia che riesce maggiormente ad attirare l’attenzione dei media grazie a grandi mobilitazioni. Noi sindacati dobbiamo dare voce anche agli impiegati. A una classe media che sta scivolando nella povertà.”
Allora chi sono i “poveri”? Enzo Costa, segretario della Cgil in Sardegna, ha risposto durante il sit -in che le associazioni della Carta di Zuri hanno promosso davanti al Consiglio regionale, il 15 dicembre scorso: “I poveri per noi dell’occidente erano gli africani affamati, i cittadini del terzo mondo. Oggi è un nostro parente prossimo, un vicino di casa. Nostro figlio che dobbiamo aiutare economicamente perché non è in grado con il suo lavoro precario e sottopagato di mantenersi da solo. Siamo la sesta potenza mondiale. Il sesto paese al mondo fra i più ricchi. È inaccettabile tutto questo.”
La Mensa Caritas di viale Fra Ignazio sorge per ironia della sorte fra le facoltà universitarie del nostro ateneo che dovrebbero formare una futura classe dirigente capace di dare risposte in tema di “giustizia”, “economia” e “politica sociale”. Ecco, dopo il silenzio degli ospiti della Caritas, dei volontari del centro, il silenzio più grave che rischia il nostro Paese, è quello che potrebbe regnare riguardo questo tema, fra le nuove generazioni. Pericolo reale se il nostro sistema scolastico e universitario non sarà in grado di formare professionisti capaci di sviluppare una concreta lotta alle povertà. Perché della povertà non si deve parlare. Basterebbe una gioventù capace di scandalizzarsi ancora davanti a un ingiustizia. In una società civile direbbe George Farquhar “Nulla è scandaloso quanto gli stracci e nessun crimine è vergognoso quanto la povertà”.