“Io sono uno Spagnolo integrale e mi sarebbe impossibile vivere fuori dai miei limiti geografici; (...) però io sono fratello di tutti e trovo esecrando l’uomo che si sacrifica per una idea nazionalista, astratta, per il solo fatto di amare la propria Patria con la benda sugli occhi. Canto la Spagna e la sento fino al midollo, ma prima viene che sono uomo del Mondo e fratello di tutti. Per questo non credo alla frontiera politica.”
Federico Garcia Lorca è stato fucilato dalle truppe falangiste di Francisco Franco il 19 agosto del 1936, perché era Spagnolo integrale, fino al midollo, ma era anche uomo del mondo, fratello di tutti. È morto pochi mesi dopo aver regalato all’umanità forse l’opera teatrale più intensa che avesse mai scritto, “La casa di Bernarda Alba”.
È la casa di questa donna e di nessun altro. L’autore ci tiene a comunicarlo subito, sin dal titolo. Nessuna famiglia, nessun focolare. Non esiste affetto, esiste una donna, Bernarda Alba che è proprietaria di tutto, non solo delle mura della sua casa - una prigione dove si “annega in un mare di lutto” dopo la morte del marito e dopo il suicidio della figlia più piccola - ma anche dell’animo, delle speranze, dei sogni, delle sue cinque figlie. È una matrona, una sovrana assoluta. È un’opera simbolo della dittatura, che attanagliava la Spagna e gran parte dell’Europa degli anni “30. La casa di Bernarda Alba, per non dire la Spagna di Francisco Franco.
“Quando Garcia Lorca scrisse quest’opera non immaginava che la realtà descritta potesse essere calata pari pari nella Sardegna di allora. Il matriarcato di Bernarda è quello di molte donne sarde dell’epoca. Donne forti per necessità, castranti e a loro volta castrate. In Sardegna come in Spagna la realtà sociale sanzionava comportamenti e relegava ai margini chi non rispettava le regole. Il sesso, e quindi il proprio corpo, erano non vissuti. Qualcosa da negare e quindi da nascondere. Ecco perché non c’è forzatura nel mettere in scena in questa isola e in altri paesi che vissero la stessa condizione, questo testo.” Parla così Maria Assunta Calvisi, regista dello spettacolo prodotto dalla compagnia L’effimero Meraviglioso, che ha debuttato il 4 e il 5 marzo scorso al Teatro Civico di Sinnai. Un’opera innovativa che ricorre infatti al linguaggio delle immagini che sono state affidate al video- maker Giovanni Coda. Ossia il racconto del non visto. Tutto quello che accadeva lontano dagli occhi di Bernarda, le scene all’esterno, l’amore fra Adele e Pepe il Romano, i sogni proibiti delle cinque figlie, sono state proiettate nello schermo. Sul palco hanno lavorato assieme nove attrici provenienti da diverse compagnie: Miana Merisi, Cristina Maccioni, Rita Atzeri, Luana Brocato, Anna Brotzu, Francesca Cara, Renata Manca, Carla Orrù, Marta Proietti Orzella. E da non dimenticare le cantanti Elena Ledda e Rossella Faa che hanno interpretato in video, con le loro belle voci, “l’attittidu”.
Lo spettacolo rientra nel progetto “Bernarda talks to the world” (Bernarda parla al mondo). Il fine di questo lavoro è quello di far rivivere il capolavoro di Lorca attraverso i diversi adattamenti scenici e di regia nei paesi europei che condividono le stesse condizioni sociali della Spagna degli anni 30 e che hanno aderito al progetto finanziato dalla Comunità europea. Lo spettacolo italiano sarà rappresentato così a maggio in Polonia e Romania e ad agosto in Spagna. Come ha ricordato la Poject Manager, Marianna Carboni “Questi progetti finanziati dalla Comunità europea, non vengono spesso presi in considerazione dai registi, perché la procedura appare molto complessa. Ma affidandosi a un esperto è fattibile e dà la possibilità, come in questo caso, di realizzare uno spettacolo che si possa confrontare con altri paesi attraverso un gemellaggio, facendo delle diversità culturali del vecchio continente, la vera integrazione”.
Il dramma è magistralmente interpretato dalle tutte e nove le attrici. Spicca però la bravura della protagonista, Miana Merisi, che fa di Bernarda Alba una donna potente e allo stesso tempo schiava delle sue regole e della sua paura più grande, quella del giudizio insindacabile della comunità in cui vive. Riesce, grazie a una forte e potente presenza scenica, a rinchiudere anche gli spettatori nella sua casa. È certamente il testo a essere pesante, duro, mai dolce, mai consolante. Ma è anche lo sguardo fiero e fisso su tutta la scena e anche sulla platea di Miana Merisi, a dare un senso di “totalitario” controllo allo spettatore. Forse, è in particolare a questi occhi così espressivi che si deve la riuscita di un’opera che necessità grande personalità sul palco.
Ed ecco che nel mese che ricorda la donna come essere indifeso e costretto, ancora in troppe parti del mondo, a tacere la propria condizione di sottomissione, Maria Assunta Calvisi fa gridare a una Bernarda Alba, carnefice e vittima, padrona sì, ma a casa sua, e su altre donne, la sua condanna su tutte Silenzio, ho detto, silenzio! E il silenzio cade davvero su queste donne, come calò nella prima metà del secolo scorso, su tante menti libere che non vollero arrendersi alla voce unica della dittatura. Come dice la Calvisi Un silenzio che parla ancora oggi a tante donne, silenzio che ci viene imposto o a cui noi stesse ci costringiamo.